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Il monumento di Oria: la memoria che interroga il presente

Ci sono monumenti che ricordano guerre, battaglie, personaggi illustri e pagine importanti della nostra storia e poi ci sono monumenti che hanno il compito più difficile quello di ricordarci ciò che una società rischia di dimenticare. A Oria, in provincia di Brindisi, esiste un monumento dedicato alle vittime del caporalato e secondo la FLAI-CGIL è l’unico monumento della penisola dedicato a questa memoria. Un fatto che dovrebbe farci riflettere perché in un Paese che ha una lunga storia di lavoro agricolo, di lotte contadine, di sfruttamento e di diritti conquistati con fatica, sono pochissimi i luoghi pubblici dedicati a chi nei campi ha perso la vita.

Il monumento di Oria ricorda una tragedia avvenuta il 25 agosto 1993 quando Maria Marsella di 25 anni, Antonia Carbone di 29 e Maria Dell’Aquila di 51, tre braccianti agricole di Oria, morirono mentre venivano trasportate al lavoro insieme ad altre quindici lavoratrici. Il pulmino era omologato per otto persone ma ne trasportava diciotto. Quelle tre donne non sono morte semplicemente in un incidente stradale, sono morte dentro un sistema di lavoro nel quale la sicurezza, la dignità e i diritti delle lavoratrici erano considerati meno importanti della necessità di arrivare nei campi.

Il monumento realizzato dallo scultore Carmelo Conte racconta proprio questo rapporto drammatico tra la terra, il lavoro e la morte. Una lamiera diventa quasi una culla dalla quale emerge il corpo senza vita di una lavoratrice mentre la figura della madre terra tiene un figlio al seno e guarda quello perduto. È un’immagine dolorosa ma anche piena di significati perché dalla terra arriva il lavoro, dalla terra arriva il cibo che portiamo sulle nostre tavole ma dalla terra può arrivare anche lo sfruttamento quando il lavoro perde ogni forma di tutela.

Ed è qui che dovremmo chiederci a cosa servono i monumenti.

Un monumento non dovrebbe servire soltanto a ricordare chi non c’è più. Dovrebbe soprattutto parlare a chi è ancora vivo.

Il caporalato non è una fatalità e non appartiene soltanto al passato. È sfruttamento, è ricatto, è negazione dei diritti e ancora oggi rappresenta una delle ferite più profonde del lavoro agricolo italiano. Il VII Rapporto Agromafie e Caporalato della FLAI-CGIL ha stimato in circa 200 mila i lavoratori irregolari in agricoltura e in circa 50-55 mila le donne potenziali vittime di sfruttamento.

E quando parliamo di sfruttamento agricolo dobbiamo parlare anche di sfruttamento femminile. Non è una presenza occasionale ma una costante che attraversa la storia del lavoro nei campi. Le donne continuano a essere particolarmente vulnerabili perché allo sfruttamento economico si aggiungono spesso discriminazioni, responsabilità familiari e, nei casi più gravi, ricatti e violenze sessuali.

Per questo il monumento di Oria ha una funzione educativa straordinaria. Ogni volta che un ragazzo passa davanti a quella scultura dovrebbe poter chiedere: chi erano quelle donne? Perché stavano andando nei campi? Perché viaggiavano in quelle condizioni? Che cosa è cambiato da allora?

È da queste domande che può cominciare l’educazione alla memoria.

Perché un monumento può insegnare più di una pagina di un libro quando riesce a trasformare un luogo in una storia e una storia in consapevolezza.

La memoria però non può diventare soltanto una cerimonia. Una corona di fiori non mette in sicurezza un lavoratore, una targa non restituisce una vita e un minuto di silenzio non cambia le condizioni di chi continua a essere sfruttato. La memoria ha senso soltanto quando diventa responsabilità.

Nel corso degli anni il monumento di Oria è diventato anche un luogo nel quale ricordare altre vittime dello sfruttamento agricolo, come Paola Clemente, morta nel 2015 nelle campagne di Andria. La memoria si è così allargata dalle tre donne del 1993 a tutte quelle persone che hanno perso la vita lavorando nei campi.

Ed è forse questo il significato più importante di quel monumento: è  nato per ricordare tre donne ma oggi parla per molte altre.

Per questo dovremmo chiederci perché in Italia esista un solo monumento che la FLAI-CGIL indica come dedicato alle vittime del caporalato. Perché la memoria del lavoro agricolo e delle sue vittime è ancora così fragile? Perché abbiamo bisogno di ricordare i morti soltanto dopo che sono diventati numeri dentro una tragedia?

Il monumento di Oria ci ricorda invece che dietro ogni numero c’è una persona. C’è un nome, una famiglia, una storia, una dignità.

E c’è un’altra ragione per cui quel monumento dovrebbe essere conosciuto molto di più. Perché parla del lavoro delle donne, di quelle donne che per generazioni hanno raccolto pomodori, uva, olive, ortaggi e frutta,  con salari più bassi degli uomini e con una doppia responsabilità sulle spalle: il lavoro nei campi e quello di cura dentro le proprie famiglie.

Il caporalato cambia volto ma conserva una logica antica: prendere la parte più fragile della società e trasformare il bisogno di lavorare in uno strumento di ricatto.

Per questo quel monumento non appartiene soltanto al passato.

Sta lì, in una strada di Oria, per interrogare il presente e forse soprattutto il futuro.

Non serve soltanto a ricordare chi è morto, serve a ricordarci come vogliamo che vivano quelli che sono ancora vivi.

Per questo ho sempre creduto che la  memoria  sia la scelta di non voltarsi dall’altra parte.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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