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La festa patronale: quando una comunità si mette in scena

Ogni città ha i suoi riti. Alcuni appartengono alla religione, altri alla memoria, altri ancora alla tradizione. Sono momenti nei quali una comunità interrompe per qualche ora la normalità e si ritrova insieme per celebrare qualcosa che considera importante.

La festa patronale è forse uno degli ultimi grandi riti collettivi rimasti nelle nostre città.

A Cerignola, dal 7 al 9 settembre, la città celebra Maria Santissima di Ripalta, patrona dal 1859. Per tre giorni le strade cambiano volto, le persone si incontrano, la musica, le luminarie, la processione e gli spettacoli trasformano la città. Ma che cosa rappresenta oggi una festa patronale?

È soltanto una tradizione religiosa, è  uno spettacolo è un’occasione commerciale? Oppure è ancora qualcosa di più: uno dei pochi momenti nei quali una comunità riesce a riconoscersi come tale?

Forse è proprio quest’ultima domanda quella che vale la pena porsi.

Il bisogno di stare insieme

Viviamo in una società nella quale siamo continuamente connessi e, allo stesso tempo, sempre più separati. Possiamo parlare con chiunque in qualsiasi momento, ma conosciamo sempre meno le persone che abitano accanto a noi. I luoghi tradizionali della partecipazione si sono indeboliti, le associazioni fanno fatica a coinvolgere, le piazze sono diventate spesso luoghi di passaggio e la politica ha progressivamente perso molti dei suoi spazi di relazione quotidiana.

In questo scenario la festa patronale conserva una caratteristica particolare: porta fisicamente le persone nello stesso luogo.

Non importa che le motivazioni siano diverse. C’è chi partecipa per fede, chi per tradizione, chi perché lo facevano i genitori, chi per incontrare gli amici, chi per assistere a un concerto, chi semplicemente perché quella festa appartiene alla propria idea di città.

Motivazioni diverse possono convivere dentro lo stesso rito ed è forse questa la sua forza.

Una comunità, infatti, non è necessariamente una comunità perché tutti pensano allo stesso modo, è  comunità quando persone diverse riescono ancora a riconoscersi dentro uno spazio e dentro una storia comune.

Ma la festa non è mai neutrale

C’è però un altro aspetto, meno rassicurante, che merita di essere osservato: la festa patronale non rappresenta soltanto la comunità, rappresenta anche i rapporti di potere che esistono dentro quella comunità.

Durante la festa una città si mette in scena e, come in ogni rappresentazione, non tutti occupano lo stesso posto. Ci sono persone che vengono riconosciute, salutate, fotografate, ci  sono autorità, rappresentanti delle istituzioni, personalità pubbliche, organizzatori, esponenti delle realtà economiche e sociali e poi ci sono persone che hanno accesso ai luoghi nei quali si decide e altre che semplicemente assistono.

È una dinamica che può sembrare naturale, quasi inevitabile. Ma proprio per questo merita di essere osservata.

Perché anche una festa può diventare uno spazio nel quale si costruiscono consenso, relazioni e riconoscimento sociale.

Non necessariamente attraverso accordi nascosti o chissà quali strategie ma più semplicemente attraverso la presenza, la visibilità, le relazioni e la capacità di essere riconosciuti come persone che contano, in sostanza la festa diventa una fotografia plastica della struttura sociale della città.

E forse proprio per questo è interessante.

Il paradosso della festa

C’è un curioso paradosso: la festa patronale nasce per celebrare qualcosa che appartiene idealmente a tutti, la  patrona è della città, eppure proprio durante la festa possono diventare più visibili le differenze tra chi ha potere e chi non ne ha, tra chi viene rappresentato e chi viene rappresentato da altri, tra chi decide e chi partecipa.

La piazza può essere piena di persone e, nello stesso momento, non essere necessariamente uno spazio democratico.

Questo non significa che la festa sia falsa, significa che ogni comunità porta dentro i propri riti le proprie contraddizioni e forse è proprio questo che rende la festa patronale interessante anche dal punto di vista sociologico.

Non dobbiamo rimpiangere la festa di una volta

Di fronte a questi cambiamenti è facile cadere nella nostalgia, dire che una volta la festa era più autentica, le persone partecipavano maggiormente, la fede era più forte e la comunità più unita.

Ma probabilmente non è così semplice, anche le feste di un tempo erano attraversate da differenze sociali, economiche e politiche, anche allora esistevano persone più importanti di altre, famiglie più influenti, relazioni di potere.

La differenza è che è cambiata la società e  quindi è cambiato anche il significato della festa.

Oggi la festa patronale è contemporaneamente rito religioso, tradizione, spettacolo, consumo, memoria e socialità. Non dobbiamo necessariamente scegliere una sola di queste dimensioni.

ma dobbiamo però capire quale vogliamo che prevalga.

Una festa per chi?

Forse, allora, la domanda iniziale deve essere formulata diversamente, non dobbiamo chiederci se la festa patronale abbia ancora senso ma dobbiamo chiederci per chi abbia ancora senso e quale comunità voglia rappresentare.

Se la festa è soltanto spettacolo, durerà il tempo delle luminarie.

Se è soltanto consumo, durerà il tempo delle bancarelle.

Se è soltanto celebrazione religiosa, parlerà soprattutto a chi già condivide quella fede.

Ma se riesce a diventare uno spazio nel quale una città riconosce se stessa, allora può avere ancora una funzione importante e  forse potrebbe valere  di più diventano  innanzitutto la festa della comunità, perchè  una comunità non si misura dal numero di persone che riesce a portare in piazza ma da  quante di quelle persone si sentono protagoniste.

Forse il vero futuro della festa patronale sta proprio qui, non nel decidere se conservarla o cancellarla ma nel capire se vogliamo continuare semplicemente a rappresentare la comunità che abbiamo, oppure provare, attraverso la festa, a costruire quella che ancora non abbiamo.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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