Cerignola non ha bisogno di copiare Caivano: ha bisogno di un Modello Cerignola
Negli ultimi mesi Cerignola è stata nuovamente teatro di una serie di gravi episodi criminali. La reazione della cittadinanza è stata immediata: sui social, nei bar, nelle piazze e nel confronto politico, sempre più persone chiedono l’applicazione del cosiddetto “modello Caivano”, ritenendolo la risposta più efficace per contrastare l’escalation criminale.
È una richiesta che nasce dalla volontà di vedere uno Stato più presente, dopo un periodo in cui molti cittadini hanno avuto la percezione di una sua insufficiente presenza sul territorio.
Ed è proprio da qui che bisogna partire, affermando un principio fondamentale: la sicurezza non è un privilegio, ma un diritto. Quando una comunità vive con la sensazione che determinati fenomeni criminali diventino sempre più frequenti o più audaci, è naturale che chieda interventi straordinari.
La vera domanda, però, non è se serva il modello Caivano, la vera domanda è un’altra: Cerignola può essere cambiata copiando il modello di un’altra città?
Probabilmente no. Ogni territorio ha una propria storia, una propria economia, una diversa conformazione urbana e, soprattutto, differenti dinamiche criminali. Cerignola non è Caivano, così come Caivano non è uguale a qualsiasi altra realtà italiana.
Pensare che basti replicare un insieme di interventi rischia di semplificare un problema estremamente complesso. Eppure il cosiddetto modello Caivano lascia un insegnamento importante: il suo vero valore non risiede nelle singole misure adottate, ma nel metodo.
Lo Stato ha deciso di concentrare risorse economiche, competenze amministrative, capacità investigative e interventi sociali in un territorio ritenuto prioritario. Non soltanto più forze dell’ordine, ma anche scuole, impianti sportivi, riqualificazione urbana, servizi sociali, sostegno alle famiglie e un coordinamento costante tra tutte le istituzioni.
In altre parole, sicurezza e sviluppo sono stati affrontati come due facce della stessa medaglia.
Ed è forse questo il punto sul quale anche Cerignola dovrebbe interrogarsi.
La città, infatti, non soffre soltanto della presenza della criminalità organizzata. Esiste un disagio più profondo, che molti cittadini percepiscono ogni giorno e che non sempre trova spazio nelle cronache. Il senso di insicurezza nasce anche dalla somma di tante situazioni di incuria e di illegalità diffusa che, pur non avendo la gravità di un assalto a un bancomat o di una rapina, contribuiscono a trasmettere l’idea di una città nella quale il rispetto delle regole si stia progressivamente indebolendo.
Le aree pubbliche lasciate al degrado, gli episodi di vandalismo, i rifiuti abbandonati, piazze e il corso principale percepiti, in alcuni momenti della giornata, come poco sicuri. A ciò si aggiunge la presenza di gruppi di ragazzi che circolano indisturbati con motocicli e biciclette elettriche, spesso senza rispettare le norme del Codice della strada e mettendo a rischio pedoni, famiglie e automobilisti.
È importante essere chiari.
Questi ragazzi non sono piccoli criminali e sarebbe profondamente ingiusto considerarli tali. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato ignorare l’effetto che questi comportamenti producono sulla percezione della sicurezza urbana.
La qualità della vita in una città non dipende soltanto dal numero dei grandi reati, ma anche dal rispetto delle regole nella quotidianità.
Quando i cittadini iniziano a percepire che episodi di illegalità e di inciviltà vengono tollerati, cresce il senso di abbandono e diminuisce la fiducia nelle istituzioni.
Servono certamente più investigatori, un maggiore controllo del territorio, sistemi di videosorveglianza moderni e un forte coordinamento tra Prefettura, Procura, forze dell’ordine e amministrazioni pubbliche. Ma servono anche quartieri curati, manutenzione costante degli spazi pubblici, controlli sul rispetto del Codice della strada e una Polizia Locale presente non soltanto per sanzionare, ma soprattutto per presidiare il territorio.
Perché la sicurezza si costruisce anche attraverso il decoro urbano.
Esiste poi un’altra dimensione, forse ancora più importante: quella sociale.
Sarebbe però ingiusto affermare che sul fronte sociale non sia stato fatto nulla.
Negli ultimi anni a Cerignola sono stati avviati numerosi progetti rivolti ai giovani, alle famiglie, alle persone più fragili e ai quartieri della città. Le attività promosse dalle istituzioni, dal mondo dell’associazionismo, dalle parrocchie, dalle scuole e dal Terzo settore rappresentano un patrimonio prezioso che merita di essere riconosciuto e valorizzato.
Sono nate iniziative educative, culturali e di inclusione sociale che hanno offerto opportunità concrete a molti cittadini , dimostrando che esiste una parte della città che ogni giorno lavora, spesso lontano dai riflettori, per costruire una comunità più coesa.
Allo stesso tempo, sarebbe un errore pensare che questi interventi siano sufficienti.
I recenti episodi di cronaca dimostrano che il percorso è ancora lungo e che molte fragilità persistono. Occorre rafforzare quanto già esiste, renderlo stabile nel tempo, ampliare le opportunità educative, culturali e sportive e raggiungere quei giovani e quelle famiglie che ancora oggi rischiano di rimanere ai margini.
Il punto, dunque, non è ripartire da zero, ma costruire su ciò che è stato fatto.
Un vero Modello Cerignola dovrebbe avere proprio questa capacità: mettere a sistema le esperienze positive già presenti sul territorio, coordinarle meglio, sostenerle con risorse adeguate e trasformarle in una strategia condivisa e di lungo periodo.
Perché il cambiamento non nasce cancellando il passato, ma valorizzando ciò che funziona e intervenendo con decisione dove, invece, i risultati non sono ancora all’altezza delle aspettative dei cittadini. Se davvero si vuole cambiare Cerignola, occorre avere il coraggio di programmare oltre il consenso elettorale.
Per questo il Modello Cerignola dovrebbe nascere come un grande patto istituzionale. Non il progetto di un sindaco, non il progetto di un governo, ma il progetto di un’intera comunità.
Un piano condiviso tra Governo, Regione, Comune, Prefettura, magistratura, scuola, imprese, associazioni e cittadini, con obiettivi chiari, risorse certe e tempi definiti.
La domanda, allora, non è se importare il modello Caivano.
La vera domanda è se Cerignola abbia la volontà di costruire il proprio futuro.
Il vero Modello Cerignola dovrebbe essere un progetto capace di tenere insieme legalità, sicurezza, sviluppo economico, qualità urbana, educazione e partecipazione civica.
Una città nella quale lo spazio pubblico torni a essere vissuto serenamente da famiglie, bambini e anziani.
Una città nella quale il rispetto delle regole non sia percepito come un’imposizione, ma come il presupposto della libertà di tutti.
Forse è proprio questo il punto.
Cerignola non ha bisogno di diventare una nuova Caivano. Ha bisogno di diventare la migliore versione possibile di se stessa.
E questo, purtroppo, non si costruisce con un decreto. Si costruisce con una visione, con investimenti costanti, con istituzioni credibili e con una comunità che scelga di essere protagonista del proprio cambiamento.
