Jerry Masslo, 37 anni dopo quella notte che ci insegnò la solidarietà
Sono passati trentasette anni dalla morte di Jerry Essan Masslo. Trentasei anni sono tanti, quasi una vita intera, eppure ci sono storie che il tempo non riesce a portare via. La storia di Jerry è una di queste. Jerry Masslo fu ucciso il 25 agosto 1989 a Villa Literno, nel Casertano. Era un lavoratore sudafricano, arrivato in Italia dopo essere fuggito dall’apartheid, e come tanti altri stranieri di quegli anni viveva di lavoro agricolo, in condizioni difficili, dentro un sistema nel quale il caporalato e lo sfruttamento erano la normalità.
Ma la sua morte non fu soltanto l’ennesima morte violenta di un uomo povero e straniero. Fu uno spartiacque, ci fu un prima e ci fu un dopo Jerry Masslo.
Prima di allora, l’Italia, non aveva ancora costruito una vera legislazione organica sull’immigrazione. La legge 943 del 1986 aveva rappresentato il primo intervento della Repubblica sul fenomeno migratorio, ma era una normativa sostanzialmente legata al lavoro e alla regolarizzazione dei lavoratori stranieri. Per il resto la materia era ancora affidata in larga parte a norme risalenti al Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931. Sarà soltanto pochi mesi dopo la morte di Masslo, con il decreto-legge del 30 dicembre 1989 e poi con la legge Martelli del febbraio 1990, che l’Italia si doterà della prima disciplina articolata dell’immigrazione, intervenendo sull’ingresso, il soggiorno, l’espulsione, l’asilo e la regolarizzazione.
Ma questa è la storia che si trova nei libri e negli atti parlamentari. Io invece Jerry Masslo lo ricordo per un’altra ragione.
Nel 1989 ero un giovane universitario poco più che ventenne e facevo volontariato sociale cosi mi trovai inconsapevolmente coinvolto a Stornara, in provincia di Foggia, insieme alla CGIL e alla FGCI, nell’ organizzazione e la gestione di uno dei primi campi di accoglienza destinati ai lavoratori extracomunitari che arrivavano nelle nostre campagne.
Erano anni nei quali l’immigrazione cominciava appena a diventare una questione visibile. Non avevamo ancora le parole che usiamo oggi, né avevamo costruito quel patrimonio di esperienze, servizi e competenze che negli anni successivi avrebbe accompagnato la presenza degli stranieri in Italia. Avevamo soprattutto una cosa: la volontà di esserci e quella passione civile che contraddistingueva molti di noi giovani.
Ricordo quel campo, le persone che arrivavano, le storie che portavano con sé, la fatica di chi aveva attraversato distanze enormi per cercare semplicemente un lavoro e la dignità di poter vivere.
E poi arrivò quella sera. Al campo arrivarono alcuni amici di Jerry Masslo. Si sedettero con noi e cominciarono a raccontare quello che avevano vissuto la sera dell’omicidio. Io li ascoltavo e ricordo ancora la sensazione che provavo. Fino a quel momento Jerry era stato per me una notizia, un nome, una fotografia sui giornali, una persona uccisa in un luogo lontano da Stornara.
Fu quella sera, ascoltando gli amici di Jerry, che scoprii una cosa che allora non sapevo: Jerry Masslo non era semplicemente un lavoratore arrivato in Italia dal Sudafrica per cercare un lavoro. Era un uomo fuggito dall’apartheid, un richiedente asilo politico che aveva chiesto protezione all’Italia. Era arrivato nel nostro Paese cercando libertà e sicurezza e aveva trovato invece una legge che, per la cosiddetta riserva geografica, gli negava di fatto il riconoscimento dello status di rifugiato. Questa cosa mi colpì profondamente. Avevo davanti la storia di un uomo che era fuggito da un regime fondato sulla discriminazione razziale e che aveva chiesto protezione a un Paese democratico e che proprio quel Paese non era stato, allora, in grado di riconoscergli quella protezione. Jerry poteva restare in Italia, ma in una sorta di limbo, senza quella tutela che aveva cercato quando aveva bussato alle nostre porte. E alla fine, per vivere, era finito nelle campagne di Villa Literno a raccogliere pomodori, dentro quel mondo di sfruttamento che noi avremmo imparato a conoscere molto bene negli anni successivi. Quella sera capii che dietro la parola immigrato poteva esserci un uomo che aveva perso la propria terra, la propria sicurezza, la propria famiglia e che aveva attraversato il mondo per cercare un luogo dove poter semplicemente vivere. E forse fu proprio quella scoperta a cambiare qualcosa dentro molti di noi .
Tra quelli che erano lì c’era anche Leandro Limoccia, mio compagno e fratello di lotte e di impegno che oggi è docente universitario a Napoli. . Eravamo giovani e probabilmente nessuno di noi poteva immaginare quanto quella storia avrebbe inciso sulle nostre vite.
Eppure, guardandoci oggi a distanza di trentasette anni, penso che qualcosa quella sera sia successo.
Forse alcuni di noi decisero, senza neppure dirlo apertamente, che una parte della propria vita l’avrebbero dedicata ai poveri, agli ultimi, agli stranieri, a quelli che non avevano voce.
Io quella scelta l’ho portata avanti per quasi tutta la mia vita.
Da allora ho incontrato migliaia di persone straniere. Ho ascoltato storie di viaggio, di lavoro, di sfruttamento, di violenza ma anche storie di riscatto, di coraggio, di integrazione e di vita. Ho conosciuto uomini e donne che sono arrivati in Italia con niente e che qui hanno costruito una famiglia, hanno cresciuto figli, hanno lavorato, hanno pagato tasse, hanno contribuito alla vita delle nostre comunità. Ho conosciuto anche il volto più brutto dell’immigrazione italiana: il caporalato, i ghetti, i salari da fame, le campagne dove un uomo può essere considerato soltanto braccia da lavoro. E ogni volta, dentro quelle storie, ho ritrovato qualcosa di quella sera di Stornara.
Per questo oggi, a trentasette anni dalla morte di Jerry Masslo, non riesco a ricordarlo soltanto come un simbolo.
Per me Jerry è anche quel ragazzo che una sera arrivò a Stornara attraverso il racconto dei suoi amici e che, senza saperlo, contribuì a cambiare la vita di alcuni di noi.
Ormai sono passati trentasette anni e nel corso di questo lungo viaggio ho incontrato centinaia di persone che, come noi allora, hanno scelto di dedicare una parte della propria vita a chi ha meno. Sindacalisti che hanno camminato e camminano nelle campagne accanto ai braccianti, volontari che aprono porte e mettono a disposizione il proprio tempo, sacerdoti che hanno scelto di stare nelle periferie e nei luoghi dove la povertà fa più male, uomini e donne che spesso senza clamore combattono ogni giorno contro lo sfruttamento, l’emarginazione e l’indifferenza. Persone diverse per storia, formazione e convinzioni, ma unite da qualcosa di semplice e allo stesso tempo straordinariamente potente: il senso di giustizia e la solidarietà. In questi anni ho capito che la storia dell’immigrazione non è fatta soltanto di leggi, di emergenze e di numeri, è fatta anche di una moltitudine di persone che hanno deciso di non voltarsi dall’altra parte. Alcune le ho incontrate per pochi giorni, altre sono diventate compagni di strada, altre ancora sono rimaste nella mia vita per molti anni. A tutti loro, oggi, penso quando penso a Jerry Masslo. Perché la sua morte non ha prodotto soltanto indignazione ma ha generato anche impegno, coscienza e una rete di persone che hanno scelto, in modi diversi, di stare dalla parte di chi ha meno voce e meno diritti.
Quella scelta, per molti di noi è ancora qui.
