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Un bracciante muore. Lo Stato arriva dopo.

Un bracciante muore, otto rimangono feriti. E a dieci anni dalla legge contro il caporalato siamo ancora qui

Sono arrabbiato,non amareggiato, non semplicemente addolorato ma arrabbiato.

E soprattutto sono stanco  di leggere sempre le stesse notizie.

Stanco di vedere ancora una volta un furgone rovesciato sulla strada, un bracciante morto, altri lavoratori feriti. Stanco delle fotografie delle ambulanze, delle sirene, dei lampeggianti blu. Stanco dei comunicati di cordoglio, delle riunioni in prefettura dove si discute con il prefetto di turno del nulla  e  delle dichiarazioni che arrivano puntuali dopo ogni tragedia.

Perché dopo la tragedia sono  bravi tutti ad indignarsi, a  promettere controlli, a promettere  accertamenti ,  poi passano i giorni e tutto ricomincia.

Un’altra morte sulla strada

Domenica 9 agosto, nelle campagne di Serracapriola, un furgone con a bordo braccianti agricoli di origine marocchina è uscito di strada e si è ribaltato lungo la Provinciale 45, in località Montesecco.

Quegli uomini stavano tornando dal lavoro nei campi del Molise.

Uno di loro è morto.

Otto sono rimasti feriti.

Erano lavoratori residenti nel territorio di Torremaggiore e San Paolo di Civitate e stavano tornando a casa. Questa frase dovrebbe bastare.

Stavano tornando a casa.

Non stavano andando incontro a un pericolo, non stavano partecipando a una guerra non stavano facendo qualcosa di illegale.Stavano tornando a casa dopo una giornata di lavoro e un uomo non ci è arrivato.Le cause dell’incidente dovranno essere accertate. Saranno le indagini a stabilire che cosa sia successo e se vi siano responsabilità.

Ma io non voglio aspettare l’esito delle indagini per pormi una domanda: voglio sapere perché continuiamo ad assistere a tutto questo?  Perché ancora oggi un lavoratore agricolo debba affrontare, oltre alla fatica del lavoro, anche il rischio del viaggio per raggiungerlo e per tornare a casa?  Perché il trasporto dei braccianti continua a essere uno dei punti più fragili di una filiera dalla quale dipende una parte importante della nostra agricoltura?  soprattutto voglio sapere: dov’è lo Stato?

Lo Stato non può comparire soltanto quando c’è un morto, non può arrivare dopo l’incidente non può essere presente soltanto attraverso un comunicato della Prefettura, una dichiarazione politica, un sopralluogo, un’indagine. Lo Stato deve esserci prima deve esserci quando il lavoratore viene assunto, quando viene trasportato, quando entra nel campo, quando lavora sotto il sole, quando viene pagato, quando torna a casa.

La sicurezza non può iniziare con un’autopsia.

La prevenzione non può cominciare davanti a un furgone distrutto.I controlli non possono diventare una risposta alla morte e  qui sta tutta la mia rabbia. Perché non possiamo più raccontare ogni volta questa storia come se fosse la prima.

Non è la prima volta

Nel 2018, sempre nel Foggiano, dodici braccianti stranieri morirono nello scontro tra il furgone sul quale viaggiavano e un camion. Dodici uomini. Dodici lavoratori. Dodici famiglie. Pochi giorni prima, un altro incidente aveva provocato altre quattro vittime. Sedici lavoratori agricoli morti in pochi giorni.

Allora sembrò che qualcosa dovesse finalmente cambiare. Si parlò di caporalato, di sicurezza, di trasporti, della necessità di superare i ghetti e della dignità dei lavoratori.

E nel 2016, appena due anni prima, era stata approvata la legge 199 contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro.Sono passati otto anni da quella strage e oggi siamo ancora qui. Un furgone, dei braccianti, un morto e otto feriti. Ma allora cosa abbiamo cambiato davvero?

Quest’anno la legge compie dieci anni

Il 29 ottobre 2016 entrava in vigore la legge n. 199 sul contrasto al caporalato e allo sfruttamento del lavoro. Quest’anno saranno dieci anni. Dieci anni nei quali quella legge ha rappresentato uno strumento fondamentale per contrastare l’intermediazione illecita e lo sfruttamento.

Non voglio dimenticarlo. Anzi. Credo che quella legge debba essere difesa e applicata con ancora maggiore forza ma proprio per questo il suo decennale non dovrebbe trasformarsi in una celebrazione. Dovrebbe essere un momento per fare i conti con ciò che non ha funzionato. Perché una legge, da sola, non basta. Servono controlli, ispettori, trasporti sicuri, alloggi dignitosi, contratti veri, salari adeguati e una filiera agricola nella quale il costo della dignità del lavoratore non venga considerato un lusso. Ad oggi tutto questo manca ed ecco parche manca lo stato, latitante ed assente.

E intanto continuiamo a contare

Secondo quanto denunciato dalla FLAI CGIL dopo l’incidente di Serracapriola, dal 9 maggio a oggi sarebbero 18 gli operai agricoli morti, mentre sei sarebbero deceduti sulla strada nel percorso da o per i campi dalla fine di maggio.

Numeri che dovrebbero farci sobbalzare e invece rischiano di diventare statistiche ma dietro ogni numero c’è un uomo, una famiglia,  una storia. La verità e che gli “stranieri”  servono quando lavorano ma  disturbano quando esistono. Questa è la grande e vergognosa  ipocrisia del nostro dibattito pubblico: gli stranieri vengono raccontati spesso come un problema, come qualcosa da rimandare indietro. Eppure quando arriva il momento di raccogliere pomodori, frutta, ortaggi, quando c’è bisogno di braccia nei campi, quegli stessi stranieri diventano improvvisamente indispensabili. Sono lavoratori, producono ,consumano e contribuiscono all’economia del nostro Paese.

Questa cosa dovrebbe essere detta con chiarezza.

Soprattutto a chi costruisce consenso politico sulla cosiddetta “remigrazione”, sul ritorno degli italiani nei campi, sulla necessità di ridurre la presenza straniera. È facile dire che dovrebbero tornare a casa, ma poi bisognerebbe  spiegare chi dovrebbe raccogliere domani ciò che oggi raccolgono loro.

E allora una domanda vorrei farla.

Se questi lavoratori non servono, perché l’agricoltura italiana continua ad averne bisogno?

Perché quando un bracciante straniero muore improvvisamente scopriamo che era un lavoratore indispensabile? Perché finché lavora può essere invisibile e quando muore diventa una tragedia nazionale?

Forse dovremmo avere il coraggio di guardare anche un’altra cosa, il cibo che arriva sulle nostre tavole ha un prezzo ma   non è  soltanto quello scritto sull’etichetta. C’è il prezzo del lavoro, il prezzo del trasporto, il prezzo della fatica e delle ore passate nei campi sotto il sole cocente e qualche volta c’è un prezzo che non dovrebbe mai essere pagato: la vita di un lavoratore.

Io non ci sto.

Non voglio che l’uomo morto a Serracapriola diventi soltanto “il bracciante marocchino morto nell’incidente”. Per ora non conosciamo nemmeno il suo nome ed è forse questa la cosa che mi fa più rabbia. Un uomo può lavorare per noi, contribuire alla nostra economia, raccogliere il cibo che arriva sulle nostre tavole e morire tornando a casa e noi, ancora oggi, rischiamo di ricordarlo soltanto come un bracciante straniero.

Non so il suo nome. Ma so che aveva un nome., aveva una famiglia, forse qualcuno che lo aspettava. Aveva una vita, dei progetti, dei sogni. Esattamente come noi. Perché, guarda caso, era un essere umano come noi. E forse è proprio questo che troppo spesso dimentichiamo.

 

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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