Sadam è morto. Il ghetto è ancora vivo
Sadam Houssain aveva trentadue anni era un cittadino pachistano un bracciante agricolo e viveva a Borgo Mezzanone nel territorio di Manfredonia uno dei luoghi simbolo della condizione dei lavoratori stranieri nelle campagne della Capitanata. Era scomparso il 4 agosto e il 22 agosto il suo corpo è stato ritrovato nel bagagliaio della sua automobile. La Procura di Foggia indaga per omicidio volontario a carico di ignoti e saranno le indagini e l’autopsia a stabilire cosa sia realmente accaduto. È importante fermarsi qui almeno per ora e non trasformare un’ipotesi investigativa in una verità giudiziaria. Ma c’è una verità che conosciamo da anni e che la morte di Sadam riporta drammaticamente davanti ai nostri occhi, ed è , che il ghetto di Borgo Mezzanone , esiste ancora e con esso continua a esistere tutto ciò che quel ghetto rappresenta.
Borgo Mezzanone non è semplicemente un luogo degradato nel quale alcune persone vivono male. È un luogo nel quale migliaia di persone sono state progressivamente confinate ai margini della società. È uno spazio di esclusione nel quale il lavoro agricolo convive con condizioni abitative indegne con la precarietà con lo sfruttamento e con l’assenza di servizi essenziali. Chi conosce queste realtà sa che chiamarle semplicemente insediamenti informali come spesso fa il linguaggio amministrativo rischia di nascondere la loro vera natura. Sono ghetti e chiamarli con il loro nome non significa criminalizzare chi ci vive, ma significa, riconoscere che il problema non sono le persone costrette a viverci, ma il sistema sociale economico e istituzionale che quei luoghi ha prodotto e che per troppo tempo li ha lasciati esistere.
Sono luoghi infernali dove la dignità viene consumata lentamente giorno dopo giorno dove il lavoro può trasformarsi in sfruttamento la marginalità in solitudine e la precarietà in pericolo.
La cosa più difficile da accettare è che tutto questo non è sconosciuto. I ghetti agricoli sono stati raccontati e denunciati per anni da sindacati, associazioni, operatori sociali, ricercatori e istituzioni. La FLAI CGIL in particolare ha denunciato ripetutamente le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti e la necessità di superare definitivamente gli insediamenti informali chiedendo interventi concreti contro lo sfruttamento e il caporalato e criticando l’insufficienza delle risposte istituzionali. Ancora nel 2025 la FLAI CGIL insieme a FAI CISL e UILA UIL ha sollecitato la convocazione del tavolo interministeriale sullo sfruttamento in agricoltura denunciando risposte ancora inaccettabili proprio sul tema degli insediamenti abusivi.
Ma per quanto tempo ancora dovremo denunciare ciò che tutti conoscono?
Questa è la domanda che la morte di Sadam dovrebbe porre alla politica perché il problema non è più quello di capire se esistono i ghetti. Lo sappiamo. Non è nemmeno quello di stabilire se rappresentino un problema. Lo sappiamo da anni. Il problema è capire perché non siamo ancora riusciti a superarli.
In Puglia la presenza dei ghetti ha dimensioni drammatiche, già nel 2022 la Regione parlava di 35 luoghi di insediamento informale nelle campagne pugliesi. Trentacinque luoghi nei quali persone che lavorano nelle nostre campagne erano costrette a vivere in condizioni di marginalità.
E allora arriviamo al punto paradossale: per superare questi insediamenti erano state messe a disposizione risorse pubbliche. Il PNRR aveva previsto 200 milioni di euro, per il superamento degli insediamenti abusivi dei lavoratori agricoli, con l’obiettivo dichiarato di creare o ristrutturare alloggi dignitosi e sottrarre i lavoratori alle condizioni che alimentano sfruttamento e caporalato.
In Puglia erano stato destinati 114 milioni di euro proprio a questa finalità e a Borgo Mezzanone al Comune di Manfredonia furono assegnati quasi 54 milioni di euro. Le risorse c’erano il problema era conosciuto gli obiettivi erano scritti nei documenti ufficiali eppure tutte quelle risorse non sono mai state utilizzate e il ghetto è ancora lì.
Il PNRR avrebbe dovuto rappresentare una svolta. Oggi invece siamo costretti a parlare ancora di superamento dei ghetti e l’aspetto drammatico e questo: ci siamo abituati ai ghetti, agli uomini che partono prima dell’alba per raggiungere i campi. Ci siamo abituati ai furgoni ai caporali alle giornate interminabili, alla paura di perdere il lavoro, alla mancanza di trasporti alla precarietà abitativa. Ci siamo abituati persino alle morti. Ed è proprio l’abitudine che rende tutto questo ancora più pericoloso perché quando una condizione di ingiustizia dura abbastanza a lungo smette di apparire come un’emergenza e diventa parte del paesaggio.
Borgo Mezzanone è diventato parte del paesaggio della Capitanata e non dovrebbe esserlo.
Un ghetto non è un fenomeno naturale. Non è comparso da solo. È il risultato di una precisa combinazione di povertà sfruttamento assenza di politiche abitative lavoro irregolare caporalato e insufficienza delle risposte pubbliche.
Per questo non possiamo limitarci a dire che bisogna migliorare le condizioni del ghetto. Il ghetto deve essere superato. Deve finire. Non deve diventare più ordinato più pulito o più presentabile. Deve smettere di esistere per sempre. Perché nessuna persona dovrebbe essere costretta a vivere in un luogo nel quale la propria dignità dipende dalla capacità di sopportare il degrado.
E allora la morte di Sadam Houssain ci lascia una domanda : Perché un uomo che lavorava nelle campagne della Capitanata viveva ancora in un ghetto che da anni tutti dichiarano di voler superare
Non possiamo stabilire che esista un rapporto diretto tra la morte di Sadam e il fallimento delle politiche di superamento degli insediamenti. Sarebbe scorretto. Ma possiamo dire che la sua morte ci obbliga ancora una volta a guardare dentro quel luogo, a guardare dentro quelle baracche, a guardare dentro quelle vite e soprattutto a chiederci: quanto ancora dovremo aspettare?
Perché mentre si discute di progetti, cronoprogrammi, rimodulazioni finanziamenti e procedure amministrative, dentro quei luoghi continuano a vivere persone in carne e ossa. Persone che lavorano, che hanno una famiglia, che hanno diritto a una casa a un salario dignitoso, alla sicurezza, alla salute e alla possibilità di vivere senza paura.
Sadam è morto e le indagini dovranno dirci perché, ma Borgo Mezzanone è ancora vivo.
E questa volta non possiamo limitarci a promettere che lo supereremo.
Dobbiamo farlo.
