Il caporalato arriva sulla spiaggia: a Bari i bagnini pagati 2 euro l’ora
Ci sono notizie che raccontano semplicemente un fatto e poi ce ne sono altre che, oltre al fatto, raccontano qualcosa di più grande. La notizia arrivata oggi da Bari appartiene, almeno per me, alla seconda categoria. La Guardia di Finanza ha scoperto quello che gli investigatori definiscono un presunto sistema di sfruttamento del lavoro all’interno di uno stabilimento balneare. Non siamo nelle campagne e questa volta non ci sono braccianti chini sulla terra a raccogliere pomodori.
Ci sono una spiaggia, un lido, il mare.
E ci sono giovani lavoratori, anche minorenni, che secondo quanto ricostruito dagli investigatori sarebbero stati pagati tra 2 e 5 euro l’ora. Una parte dello stipendio, secondo l’accusa, sarebbe stata poi restituita in contanti. Quattro persone risultano indagate. La società che gestiva lo stabilimento sarebbe stata sottoposta a sequestro e l’amministratore destinatario di una misura interdittiva. Sono fatti che dovranno naturalmente essere accertati nel corso del procedimento giudiziario. Le persone coinvolte sono indagate e sarà la magistratura a stabilire eventuali responsabilità. Ma la vicenda pone comunque una domanda che va oltre il singolo caso.
Il caporalato è davvero soltanto quello che vediamo nei campi?
Il caporalato non ha bisogno dei campi
Per anni abbiamo associato la parola caporalato soprattutto all’agricoltura. È comprensibile.
Le campagne pugliesi, come quelle di molte altre regioni italiane, hanno conosciuto e continuano a conoscere forme gravissime di sfruttamento. Abbiamo imparato a riconoscere alcune immagini: il furgone, il caporale, la paga a cottimo e il lavoro sotto il sole. Spesso abbiamo associato tutto questo anche alla figura del lavoratore straniero. Ma il caporalato non ha una nazionalità. Non appartiene soltanto alla campagna, può entrare nei cantieri, nella logistica, nella ristorazione, negli alberghi, nei servizi e può arrivare anche sulla spiaggia. Quella di Bari è una vicenda che, proprio per questo, dovrebbe farci riflettere; ci mostra che lo sfruttamento può assumere forme diverse e può colpire anche giovani italiani che entrano per la prima volta nel mondo del lavoro.
Il mare non cancella lo sfruttamento
C’è qualcosa di quasi paradossale nel luogo in cui sarebbe avvenuto tutto questo: il mare. Il luogo delle vacanze, della libertà. Mentre qualcuno prende il sole, qualcun altro lavora. Mentre qualcuno entra in acqua, qualcun altro deve sorvegliare quella stessa acqua. Mentre una famiglia trascorre una giornata al mare, c’è chi è arrivato molto prima per sistemare gli ombrelloni, preparare il lido, accogliere i clienti e garantire che tutto funzioni. Il mare è bellissimo, ma non cancella il lavoro e nemmeno lo sfruttamento, anzi, qualche volta può renderlo più difficile da vedere. Perché quando siamo in vacanza siamo portati a vedere soltanto ciò che ci viene offerto: la spiaggia pulita, il lettino, l’ombrellone, il bar e il sorriso di chi ci accoglie. Raramente ci chiediamo chi ci sia dietro quella macchina perfetta dell’estate.
La Puglia che abbiamo trasformato in un brand
Ed è qui che la vicenda di Bari incontra una contraddizione tutta pugliese. La Puglia ha costruito una parte importante della propria identità contemporanea sul mare che è diventato un brand.
Lo abbiamo trasformato in immagini, campagne pubblicitarie, fotografie, video. La Puglia è diventata, nell’immaginario collettivo, la terra del mare cristallino, delle spiagge, dei tramonti, delle masserie, dell’accoglienza. Ed è una cosa positiva perchè il turismo rappresenta una risorsa straordinaria per la nostra regione. Ma ogni fotografia racconta soltanto una parte della realtà perché dietro quella c’è sempre qualcuno che lavora. Dietro una spiaggia perfettamente organizzata c’è qualcuno che l’ha preparata e dietro un ristorante pieno di turisti c’è qualcuno che cucina, serve ai tavoli, lava i piatti. E dietro un bagnino seduto sulla sua torretta c’è un ragazzo che sta lavorando mentre gli altri sono in vacanza.
È qui che la contraddizione diventa evidente.
Possiamo vendere al mondo una Puglia fondata sul mare, sulla bellezza e sull’accoglienza, ma non possiamo dimenticare le persone che rendono possibile quella bellezza.
Perché un turismo di qualità non dovrebbe essere misurato soltanto dal numero dei visitatori ne dalle recensioni positive. Dovrebbe essere misurato anche dalla qualità del lavoro che produce. Perché non esiste una vera ospitalità se chi lavora nell’ospitalità viene sfruttato. Non esiste una vera accoglienza se chi accoglie non è rispettato.E non esiste una vera Puglia turistica di eccellenza se il prezzo della nostra vacanza viene pagato dai lavoratori.
Quando “è solo un lavoro estivo” diventa una giustificazione
C’è poi un altro aspetto che mi preoccupa particolarmente. La normalizzazione dello sfruttamento dei giovani.
“È il suo primo lavoro.”
“È solo per l’estate.”
“Deve fare esperienza.”
“Almeno impara qualcosa.”
Quante volte ho sentito frasi del genere? Il rischio è che la “gavetta” diventi una parola elegante per nascondere condizioni che non accetteremmo mai per noi stessi. Un ragazzo che entra nel mondo del lavoro dovrebbe imparare un mestiere. Dovrebbe imparare cosa significa avere un contratto. Dovrebbe conoscere i propri diritti e soprattutto dovrebbe ricevere una retribuzione adeguata. Perché il primo lavoro insegna molto più di un mestiere, insegna alla persona quanto pensa di valere.
E se la prima lezione è che il tuo lavoro vale 2 o 3 euro l’ora, mentre qualcun altro decide quanto puoi realmente tenere del tuo stipendio, quella lezione rischia di rimanere addosso per molto tempo.
Lo sfruttamento non è soltanto una paga bassa
Naturalmente non basta una paga bassa, da sola, per definire giuridicamente una situazione di caporalato. Ed è importante non confondere la cronaca con una sentenza. Saranno gli investigatori prima e la magistratura poi a ricostruire responsabilità, modalità e natura dei rapporti di lavoro. Ma dal punto di vista sociale dobbiamo guardare anche oltre la singola contestazione. Lo sfruttamento nasce quando una persona, perché si trova in una condizione di stato di bisogno , non è realmente libera di scegliere. Quando il bisogno di lavorare diventa più forte della possibilità di dire no e quando perdere quel lavoro significa non poter pagare una spesa, aiutare la famiglia, continuare gli studi. È dentro questa relazione di forza che dobbiamo cercare il fenomeno. Perché il caporalato non è soltanto un uomo che recluta braccianti ma un sistema di potere.
E il potere si manifesta quando qualcuno può dire: “Se non ti va bene, ce n’è un altro disposto ad accettare.”
Dal campo alla spiaggia
Questa vicenda dovrebbe quindi spingerci a cambiare lo sguardo.
Se vogliamo davvero combattere lo sfruttamento, dobbiamo imparare a cercarlo anche dove non siamo abituati a trovarlo. Nei campi, certamente, ma anche negli alberghi, nei ristoranti, nei cantieri, nella logistica. E nei luoghi del turismo.
Perché il lavoro stagionale può diventare particolarmente fragile. Ha una durata limitata e spesso coinvolge giovani alla prima esperienza.
Quanto costa la Puglia che vendiamo?
Forse allora dovremmo iniziare a porci una domanda diversa: non soltanto quanto costa una vacanza in Puglia ma quanto costa davvero la Puglia che vendiamo al mondo?
Quanto vale il lavoro di chi prepara le nostre spiagge e che ci serve un caffè? Quanto vale quello di un ragazzo che passa otto, dieci o dodici ore davanti al mare mentre noi siamo lì per divertirci?
Sono domande scomode ma necessarie. Perché una regione non può essere soltanto ciò che mostra nelle fotografie. Una regione è anche ciò che accade dietro quelle fotografie e se dietro la bellezza c’è sfruttamento, allora quella bellezza diventa incompleta. Io credo che non ci sia contraddizione tra bellezza e diritti. Anzi. La vera bellezza comincia proprio quando smettiamo di nascondere ciò che c’è dietro una fotografia. Perché il mare può essere il nostro brand e le spiagge possono essere la nostra ricchezza.Ma il lavoro deve rimanere la nostra dignità.
