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La mediazione più bella della mia vita

Ci sono storie che non finiscono mai sui giornali. Non fanno rumore, non alimentano polemiche, non cercano visibilità. Eppure sono proprio quelle che raccontano meglio l’anima di una comunità.

Da oltre dieci anni sono il responsabile dello Sportello Immigrazione “Stefano Fumarulo” di Cerignola. Nel mio lavoro ho incontrato centinaia di persone provenienti da ogni parte del mondo. Ho ascoltato racconti di viaggi difficili, di speranze, di sacrifici, di famiglie divise e poi finalmente riunite. Abbiamo aiutato uomini e donne a districarsi tra permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, iscrizioni scolastiche, contratti di lavoro e pratiche burocratiche.

In tutto questo tempo c’è una cosa che mi ha sempre colpito: nessuno si è mai presentato nel mio ufficio per chiedere tutela perché vittima di un episodio di razzismo a Cerignola. Con questo non voglio dire che la nostra città sia perfetta o che non esistano problemi: sarebbe ingenuo sostenerlo. Voglio semplicemente affermare che questa è la mia esperienza diretta, maturata in anni di lavoro quotidiano accanto a centinaia di cittadini stranieri.

Ed è forse anche per questo che la storia che sto per raccontare mi ha emozionato così profondamente.

Qualche anno fa arrivò a Cerignola un giovane senegalese. Come tanti, aveva lasciato il proprio Paese inseguendo un futuro migliore. Qui ha trovato lavoro, si è rimboccato le maniche, si è fatto conoscere per la sua serietà e, passo dopo passo, è riuscito a costruirsi una vita dignitosa.

Con il tempo ha ottenuto il ricongiungimento familiare e sua moglie lo ha raggiunto a Cerignola.

Poco dopo è nata la loro bambina. Anche sua moglie ha iniziato a lavorare, prima con un contratto part-time e poi con un contratto a tempo pieno e indeterminato. Con loro si è creato inevitabilmente un rapporto forte, quasi amicale. Negli anni si sono rivolti al nostro ufficio per affrontare situazioni spesso complesse e difficili.

Qualche giorno fa Mamadou, questo è il suo nome, è entrato nel mio ufficio.

«Marcello, ho bisogno del tuo aiuto. Ho un problema con i vicini.»

Quelle parole mi hanno fatto subito pensare al peggio. Che ci volete fare? Ho immaginato immediatamente incomprensioni, forse qualche episodio spiacevole. Così ho ritenuto mio dovere andare personalmente a casa loro.

Una volta arrivati, Mamadou è andato a chiamare le due vicine. Sono entrate due signore cerignolane veraci, di quelle donne del popolo piene di forza e di vita. Appena sedute hanno iniziato a parlare, rigorosamente in dialetto, avanzando ciascuna le proprie rivendicazioni. Le ascoltavo, ma non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, perché era evidente che non avessero nulla contro Mamadou e sua moglie.

Anzi.

Semplicemente stavano litigando tra loro.

Quando ho capito il motivo della discussione mi sono reso conto che stavo assistendo a qualcosa di straordinario.

Entrambe sostenevano che la bambina trascorresse più tempo con l’altra.

«Sta sempre da lei.»

«No, viene più spesso da te.»

E così via, tra rivendicazioni accese e, a tratti, perfino concitate.

Ognuna era convinta che l’altra avesse il privilegio di godersi più a lungo la compagnia della piccola.

Ebbene sì: le due signore si contendevano il suo affetto.

Avrebbero voluto averla più spesso in casa, prepararle una merenda, giocare con lei, accompagnarla a scuola.

Sono rimasto in silenzio.

Le guardavo discutere e dentro di me pensavo che quella fosse, probabilmente, la mediazione più bella della mia vita. Perché non c’era un conflitto da spegnere: c’era soltanto un affetto da organizzare.

Alla fine la mediazione l’abbiamo fatta davvero. Ma non per mettere pace tra vicini che non si sopportavano; piuttosto, per stabilire i turni con cui la bambina avrebbe trascorso del tempo con ciascuna di loro.

Abbiamo deciso che avrebbe passato alcuni momenti con una vicina e altri con l’altra, così entrambe avrebbero potuto continuare a godersi la sua presenza.

Confesso che, in tutti questi anni di lavoro, non mi era mai capitata una mediazione del genere.

Quando tutto si è concluso, sorridendo, ho detto alle due signore:

«Questa storia è troppo bella. Meriterebbe di essere raccontata.»

La loro risposta è arrivata immediata, quasi all’unisono.

«Va bene… ma senza fare i nostri nomi.»

Non volevano ringraziamenti.

Non cercavano fotografie.

Non desideravano finire su un giornale.

Io, che vivo ogni giorno accanto a queste storie, sento il dovere di raccontarle. Forse perché il mio lavoro mi ha insegnato che i cerignolani sono un popolo fatto di luci e ombre, di difetti e contraddizioni, ma anche di una straordinaria umanità. È come se l’accoglienza e la generosità appartenessero al loro patrimonio più profondo, fossero impresse nel loro DNA.

Se qualcuno mi chiedesse oggi quale sia stata la mediazione più bella della mia vita, risponderei senza esitazione: quella in cui non ho dovuto dividere delle persone, ma ho semplicemente aiutato due vicine a trovare un modo per condividere l’affetto verso una bambina.

E se questa non è integrazione, allora forse dovremmo imparare a dare un nome diverso alle cose.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

Un pensiero su “La mediazione più bella della mia vita

  • tante energie hanno bisogno solo di essere ben canalizzate. la mediazione ha bisogno di questo.

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