Il mattino dopo l’esplosione
Ci sono notti che non finiscono quando arriva l’alba.
Notti che restano sospese nell’aria e che lasciano dietro di sé qualcosa di più di un danno materiale: una crepa invisibile nell’animo di una comunità.
Ancora una volta Cerignola, la mia città, si è svegliata così. Ancora una volta una deflagrazione ha interrotto il sonno, ha attraversato muri e finestre, ha fatto riaffiorare una sensazione che conosciamo fin troppo bene: quella di una città costretta a fare i conti con le proprie ferite.
Eppure, mentre le immagini dell’ennesimo bancomat distrutto scorrono davanti ai miei occhi, la domanda che mi pongo è una sola: quante volte una città può essere ferita senza smettere di sperare?
Cerignola, la mia città, è una terra strana: generosa e difficile, orgogliosa e fragile. Una città che porta sulle spalle il peso delle proprie contraddizioni come si porta una storia di famiglia senza poterla cancellare.
Le sue zone oscure esistono e io, nel mio piccolo, le ho raccontate e continuo a raccontarle, perché negarle sarebbe un’offesa all’intelligenza di chi vive qui. Esistono la paura, la criminalità organizzata, il timore di investire, di acquistare una casa o un’automobile, e quella sfiducia che ormai si insinua in molti dei nostri discorsi.
Una sfiducia accompagnata da quella tentazione sottile che arriva dopo ogni episodio del genere e che sussurra: «Non cambierà mai niente e l’unica salvezza è andare via, il più lontano possibile».
Questa è la vera esplosione che temo. Non quella che squarcia uno sportello bancomat, ma quella che, lentamente e inesorabilmente, rischia di far saltare la fiducia di una comunità, fino a rassegnarla all’idea che ormai tutto sia inutile e che l’unica soluzione sia andarsene per sempre.
Perché una città muore davvero solo quando smette di credere in se stessa.
E invece, ogni giorno, Cerignola, nonostante tutto, continua ostinatamente a vivere.
Vive nei negozi che aprono ogni mattina. Vive nei ragazzi che studiano immaginando un futuro diverso. Vive nelle mani di chi lavora la terra, nelle associazioni che costruiscono legami, negli insegnanti che seminano legalità senza sapere se vedranno subito i frutti del loro lavoro. Vive negli imprenditori intelligenti e capaci della nostra città, che riescono a portare prodotti eccellenti nei mercati di tutto il mondo. Vive nelle parrocchie e nelle centinaia di ragazzi che, proprio in queste settimane, stanno vivendo l’esperienza dei campi estivi. Vive nel Terzo Settore, che ogni giorno si prende cura degli anziani, delle persone con disabilità, dei bambini e dei migranti sempre accolti in questa città con generosità. Vive nei volontari che operano alla mensa dei poveri della Caritas, nelle parrocchie; vive nei ragazzi e nelle ragazze cha fanno teatro, musica, arte e si occupano di bellezza. In sostanza vive nelle persone comuni, perbene, oneste e generose .Quelle che non finiscono sui giornali, quelle che non fanno rumore.
Perché è questo il paradosso delle città come la nostra: il male fa notizia, il bene costruisce la storia.
E il bene, quasi sempre, lavora in silenzio.
Forse Cerignola assomiglia a certi ulivi antichi delle nostre campagne. Alberi segnati dal vento, dalle stagioni e dalle ferite del tempo. Li guardi e pensi che siano stanchi. Poi arriva la primavera e scopri che hanno ancora la forza di generare nuovi rami, nuove foglie, nuovi frutti.
Anche noi siamo così.
Portiamo addosso cicatrici che nessuno può e vuole negare, ma dobbiamo acquisire una consapevolezza nuova: una cicatrice non è una condanna. È la prova che una ferita è stata attraversata e che, nonostante tutto, si è continuato a camminare.
Per questo oggi non serve voltarsi dall’altra parte. Non serve minimizzare. Serve indignarsi, pretendere risposte, chiedere presenza, sicurezza e giustizia.
Ma serve anche custodire qualcosa che nessuna esplosione dovrebbe riuscire a portarci via: l’amore per questa città.
Perché Cerignola non è il fragore di una notte.
Cerignola e i cerignolani sono il battito ostinato del mattino dopo.
Sono la gente che si affaccia dai balconi, che commenta con amarezza, che scuote la testa e poi ricomincia.
I cerignolani sono quella forza silenziosa che continua a resistere quando sarebbe più facile arrendersi.
Questa è l’unica speranza che ho: la capacità della mia gente di non permettere alle nostre pagine peggiori di diventare l’intero racconto.
Perché le città, come le persone, non coincidono con le loro cadute. Coincidono con il coraggio che trovano ogni volta per rialzarsi.
E Cerignola, nonostante tutto, continua a farlo.
Ogni giorno.
Ogni mattina.
Anche dopo l’ennesima esplosione.
Facciamo nostra, come comunità, l’incitazione che da anni risuona dagli spalti: Dall Dall Cergnol .
Perché oggi più che mai abbiamo bisogno di credere che il futuro di questa città appartenga a chi la ama, non a chi prova a ferirla.
