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Franco Baresi, l’uomo bandiera che mi ha fatto capire la poesia del calcio

 

Ci sono persone che sembrano destinate a non andarsene mai. Franco Baresi era una di queste.

Quando arriva la notizia della loro morte, non perdiamo soltanto un uomo. Abbiamo la sensazione che si chiuda un capitolo della nostra storia, che un pezzo della nostra memoria collettiva venga consegnato definitivamente al passato.

Eppure devo fare una confessione.

Io Franco Baresi l’ho conosciuto troppo tardi.

Non perché non sapessi chi fosse. Sarebbe impossibile. Anche per chi, come me, non è mai stato un grande appassionato di calcio, il suo nome era sinonimo di eleganza, correttezza, leadership. Era uno di quei campioni che riuscivano a mettere d’accordo tutti, al di là dei colori della propria squadra.

L’ho conosciuto troppo tardi perché solo negli ultimi anni ho imparato davvero ad amare il calcio.

E il bello è che non è successo davanti alla televisione, guardando una finale di Champions League o un derby di Milano è successo molto più vicino a casa, è successo a Cerignola.

Qualche anno fa ho deciso di fare l’abbonamento all’Audace Cerignola, quasi per curiosità oggi è uno degli appuntamenti che attendo con più entusiasmo.  Ogni partita al Monterisi è molto più di novanta minuti. È il saluto agli amici prima di entrare allo stadio, è  il caffè, o il pezzo di focaccia,  preso al volo prima del fischio d’inizio, è l’abbraccio dopo un gol, è  il silenzio che accompagna una sconfitta.

È vedere i bambini con la sciarpa gialloblù sulle spalle, accanto ai nonni che raccontano partite di quarant’anni fa ma soprattutto è  capire che una squadra può essere il modo in cui una città racconta se stessa, così  ho scoperto il vero significato del calcio.

Non solo  uno sport, ma  un’appartenenza e una memoria condivisa di una  comunità.

Ed è proprio in uno stadio di provincia che ho capito davvero chi fosse Franco Baresi.

Perché Baresi non era soltanto uno dei più grandi difensori della storia. Era il Capitano, non soltanto del Milan ma di un’idea di calcio. Quella degli uomini bandiera di chi sceglieva una maglia e decideva che sarebbe stata la sua casa  senza inseguire, ogni stagione,  un contratto migliore o una nuova destinazione.

Oggi il calcio è cambiato. È più veloce, più ricco, più globale e forse perfino migliore sotto molti aspetti.

Ma, nel diventare un’industria, ha rischiato di perdere qualcosa che non ha prezzo: il  senso dell’appartenenza. Le bandiere sono diventate rarissime eppure non credo che il calcio romantico sia morto. Credo semplicemente che abbia cambiato casa. Non vive più soltanto nei grandi stadi ma respira ancora nei campi di provincia. Nelle categorie considerate “minori”, che poi minori non sono affatto per chi le vive. Vive negli abbonamenti rinnovati ogni estate, negli sforzi economici di chi finanzia la squadra, nelle trasferte organizzate con gli amici. Nei bar , soprattutto nel bar Royal con Giuseppe il titolare,  dove il lunedì si discute ancora della formazione e si condivide la gioia della vittoria e l’amarezza della sconfitta.

Nelle famiglie che si tramandano una sciarpa prima ancora di un cognome, lo ritrovo ogni volta che entro al Monterisi e negli occhi di chi segue l’Audace Cerignola non perché prometta trofei, ma perché rappresenta casa.

Ed è lì che, senza accorgermene, ho iniziato a capire davvero uomini come Franco Baresi.

Perché il Capitano non apparteneva soltanto ai tifosi del Milan, apparteneva a tutti quelli che credono che una maglia sia qualcosa di più di un contratto. Che l’identità abbia ancora un valore, si, oggi il calcio perde una leggenda. Io, invece, ho la sensazione di salutare un custode.

Uno degli ultimi uomini capaci di ricordarci che il calcio, prima di essere business, sponsor, televisioni e algoritmi, è   soprattutto una storia d’amore.

Tra qualche settimana ricomincerà il campionato e  come ogni anno rinnoverò quel piccolo rito che ormai è diventato parte della mia vita. Attraverserò i cancelli del Monterisi, saluterò gli amici, indosserò la mia sciarpa gialloblù, mi siederò al mio posto e guarderò l’Audace Cerignola.E mentre il pallone ricomincerà a rotolare penserò che il calcio più bello non è sempre quello che riempie gli stadi da ottantamila persone o conquista le prime pagine dei giornali. A volte il calcio più bello è quello che ti fa sentire parte di qualcosa. Quello che ti fa tornare allo stadio non per assistere a uno spettacolo, ma perché lì ritrovi una parte di te.

Forse è questo il più grande insegnamento che ci lascia Franco Baresi. Che una maglia non è soltanto un colore ma è  una promessa, una responsabilità, una casa.

Per questo oggi non saluto soltanto uno dei più grandi difensori della storia.

Saluto un uomo che, senza saperlo, mi ha aiutato a capire perché oggi, ogni domenica, scelgo di essere sugli spalti del Monterisi.

Perché le bandiere non smettono di sventolare quando il vento si ferma.

Continuano a farlo nel cuore di chi ha imparato cosa significhi appartenere.

Grazie, Capitano.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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