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Operazione Cartagine: quando la mafia cambiò volto. Parte terza

Quando i clan cambiarono volto

Il 17 giugno 1994, all’alba, scattò una delle più importanti operazioni antimafia mai realizzate in Puglia: il blitz fu chiamato “Operazione Cartagine”.

Ottantatré ordinanze di custodia cautelare colpirono i principali gruppi criminali che, per anni, avevano insanguinato la città. Per molti cittadini fu come risvegliarsi da un lungo incubo. Dopo una stagione segnata da omicidi, vendette e regolamenti di conti, lo Stato manifestò finalmente la sua presenza.

L’Operazione Cartagine ebbe il merito non solo di mettere alla sbarra due organizzazioni criminali feroci e pericolose, ma anche di dimostrare che Cerignola faceva parte di una Repubblica presente e attenta, e non di uno “Stato a parte”.

Nacque così la speranza di essersi lasciati alle spalle una stagione che aveva trasformato la città in un piccolo mattatoio.

Il muro dell’omertà che iniziava a crollare

L’operazione fu possibile grazie a un enorme lavoro investigativo della magistratura e delle forze dell’ordine. Un ruolo decisivo lo ebbero anche i primi collaboratori di giustizia.

Alcuni uomini interni alle organizzazioni criminali che decisero di collaborare con gli inquirenti rompendo il muro dell’omertà. . Raccontarono gli equilibri dei clan, le alleanze, le responsabilità negli omicidi e i meccanismi che regolavano il sistema mafioso. Per la prima volta conoscemmo la struttura organizzativa e decisionale della criminalità organizzata cerignolana. Non si trattava di semplici bande violente e disorganizzate, ma di una vera organizzazione mafiosa con capi, sottocapi e gregari.

L’illusione della fine

Per qualche tempo si diffuse la convinzione che quell’organizzazione fosse stata definitivamente sconfitta. In molti pensammo che quei volti, mostrati ogni giorno sulle pagine dei giornali, non li avremmo più rivisti, camminare ,con arroganza per le strade della città e che quei nomi potessero finalmente essere pronunciati senza paura.  Credemmo, ingenuamente, che potesse nascere una nuova primavera e che gli arresti avessero disarticolato per sempre i clan. Ma quella convinzione durò poco. Negli anni successivi, infatti, diversi imputati tornarono in libertà: alcuni per decorrenza dei termini della custodia cautelare, altri per motivi di salute. Così, uomini considerati ai vertici delle organizzazioni criminali ripresero lentamente gli spazi perduti. I loro volti tornarono a comparire lungo il corso principale della città. Ricominciarono a riallacciare rapporti e ricostruire relazioni.

Nel frattempo, però, avevano imparato qualcosa. La lezione, in realtà, era servita più alla criminalità che alla comunità.L’organizzazione criminale cerignolana comprese che le guerre degli anni Ottanta e Novanta avevano lasciato ferite profonde. La troppa violenza, ma soprattutto una struttura basata sul controllo militare del territorio e su una leadership verticale, avevano mostrato tutta la loro vulnerabilità . La pressione investigativa aveva dimostrato che strutture troppo rigide e facilmente riconoscibili potevano essere colpite con maggiore efficacia. Inoltre, i clan tradizionali risultavano più esposti perché producevano collaboratori di giustizia.

Per questo motivo, dopo l’Operazione Cartagine, la criminalità organizzata cerignolana iniziò una trasformazione silenziosa ma radicale.

I clan modificarono la loro struttura classica. Nacque così un’organizzazione più fluida, più discreta, meno legata a gerarchie visibili e a capi riconoscibili. Al posto del vecchio schema mafioso iniziò a svilupparsi una rete composta da gruppi autonomi ma interconnessi, specializzati in differenti attività criminali.

Alcuni gruppi si dedicarono alle rapine ai blindati; altri al traffico di sostanze stupefacenti; altri ancora al furto e alla commercializzazione illegale di auto di lusso e pezzi di ricambio, oppure al riciclaggio e alle truffe economiche.

Ogni gruppo possedeva competenze specifiche e collaborava con gli altri quando necessario.

Era un nuovo modello criminale: più dinamico, più moderno e soprattutto molto più difficile da decifrare per gli investigatori. Un sistema criminale più fluido che, con il tempo, avrebbe preso il nome di “mafia degli affari”.

La mafia che smette di mostrarsi: invisibile al territorio

Una delle trasformazioni più significative riguardò proprio il rapporto con il territorio.

La nuova mafia cerignolana comprese che la violenza continua produceva attenzione investigativa e allarme sociale. Per questo motivo iniziò progressivamente a ridurre gli omicidi. La forza dell’organizzazione non aveva più bisogno di essere esibita ogni giorno attraverso il sangue, perché il controllo del territorio veniva esercitato soprattutto attraverso il denaro, le relazioni, gli affari e la capacità di infiltrarsi nell’economia.

Questa scelta produsse anche un effetto sociale molto pericoloso: l’assenza degli omicidi mafiosi e la scelta di mantenere un basso profilo nella “visibilità pubblica” fecero crescere, in una parte della popolazione, la percezione che la mafia fosse definitivamente scomparsa o, peggio ancora, che fosse meno invadente rispetto al passato. Una sorta di pax mafiosa costruita sul “vivi e lascia vivere”.

In realtà, la mafia stava semplicemente cambiando forma.

Diventava meno visibile, ma non meno pericolosa; più sofisticata e molto attenta a mantenere un basso profilo nell’azione pubblica, ma un alto profilo nell’azione criminale. Soprattutto, diventava sempre più capace di muoversi dentro l’economia legale attraverso articolate e sempre più complesse attività di riciclaggio e investimento.

Proprio in quel periodo vennero imposte anche nuove regole interne che valgono ancora oggi:   fu fortemente limitato lo spaccio di eroina, perché questo tipo di droga produce tossicodipendenti molto visibili e quindi genera allarme sociale; la diminuzione  sensibilmente delle estorsioni alle piccole attività commerciali e di quei reati che potevano attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e degli investigatori; infine creare spazi criminali condivisi in modo da permettere a chiunque di gestire in una sorta di autonomia il proprio “business criminale”

Si trattava, sotto molti aspetti, di una nuova organizzazione criminale in modo molto consapevole era nato  un modello criminale  orizzontale, autonomo, capace di collaborare con la delinquenza comune e con le  mafie di altri territori e soprattutto  di operare ed agire anche  su scala nazionale.

Una struttura che non si basava più soltanto sulla forza intimidatoria, ma  sulla competenza criminale  e sulla capacità economica.

Fu l’inizio di una nuova fase, una trasformazione che, da allora, è arrivata fino ai nostri giorni.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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