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“Il coraggio a senso unico: forti con i deboli, prudenti con i potenti”

L’episodio di San Benedetto del Tronto, che ha visto protagonista Giuseppe Barboni, uno degli ultimi soldati di cartone del generale Vannacci, non è soltanto un fatto di cronaca, ma è il simbolo di una cultura sempre più diffusa: quella dello “sceriffo” che decide di sostituirsi allo Stato e di trasformare la forza fisica in un messaggio politico.

Sarà la magistratura ad accertare ogni responsabilità, ma c’è una riflessione che non posso evitare: la persona aggredita, secondo quanto riportato dalla stampa, era un cittadino di origine irachena che viveva in una condizione di forte marginalità e di chiara e manifesta sofferenza psichica. Ed è proprio questo il punto: il coraggio di questi sceriffi emerge sempre davanti ai più deboli, soprattutto se questi sono stranieri e vulnerabili.

Se al posto di quell’uomo ci fosse stato un italianissimo boss mafioso, un esponente della criminalità organizzata o un violento noto per la sua pericolosità, avremmo assistito alla stessa scena? Avremmo visto lo stesso slancio, la stessa sicurezza, la stessa voglia di filmare tutto e pubblicarlo sui social?

È una domanda retorica dalla risposta scontata: no, non avremmo visto tutto questo coraggio, così come non lo abbiamo visto in passato.

Fare gli sceriffi con chi appare indifeso è facile; il vero coraggio si misura davanti a chi può mettere realmente in discussione la nostra sicurezza, non davanti a chi si trova già in una condizione di fragilità. Quando la forza sceglie sempre il bersaglio più debole, non difende la giustizia: la utilizza come una maschera per nascondere la prepotenza e ottenere una visibilità mediatica che poi diventa visibilità politica.

È questo il punto centrale che molti sostenitori della cultura dello “sceriffo”, compresi i seguaci delle posizioni di Vannacci, fanno fatica a comprendere: confondere la forza con l’autorevolezza, la violenza con la sicurezza, la punizione privata con la giustizia. Ma uno Stato di diritto non si costruisce lasciando spazio a chi si sente autorizzato a farsi legge da solo.

L’Italia non ha bisogno di giustizieri improvvisati. La nostra Costituzione non affida ai singoli cittadini il compito di decidere chi debba essere punito, né consente a qualcuno di sostituirsi allo Stato nell’esercizio della forza.

La Repubblica italiana e la sua Costituzione antifascista nascono da una storia precisa: quella di un Paese che ha conosciuto cosa accade quando la forza viene sottratta alle istituzioni e affidata all’arbitrio dei singoli o, peggio, dei gruppi politici. Per questo la Costituzione ha scelto un principio opposto: la legge deve essere uguale per tutti e la giustizia deve essere amministrata attraverso regole, procedure, garanzie e responsabilità pubbliche che valgono per tutti.

L’articolo 13 della Costituzione stabilisce che la libertà personale è inviolabile e che ogni limitazione della libertà può avvenire solo nei casi e nei modi previsti dalla legge. Non esiste, quindi, un diritto privato alla punizione; non esiste il diritto di trasformare la propria rabbia in una sentenza e le proprie mani in uno strumento di giustizia.

Il compito di garantire la sicurezza appartiene allo Stato, attraverso le sue istituzioni: le forze dell’ordine, la magistratura e gli strumenti previsti dall’ordinamento. Non perché lo Stato sia infallibile, ma perché lo Stato di diritto rappresenta l’unico argine contro l’arbitrio e la violenza.

L’alternativa è una società in cui ciascuno si arroga il diritto di decidere chi è colpevole, chi merita una lezione e quale debba essere la punizione. È la negazione della giustizia: è il trionfo della legge del più forte.

La storia del nostro Paese lo dimostra con drammatica chiarezza. Il fascismo non conquistò il potere soltanto attraverso il consenso politico, ma anche normalizzando la violenza privata. Le squadracce fasciste si sostituirono progressivamente allo Stato, picchiando, intimidendo e perseguitando chiunque fosse considerato un avversario. Quella violenza, inizialmente tollerata e poi legittimata, non produsse più sicurezza: distrusse lo Stato di diritto, soffocò le libertà fondamentali e aprì la strada alla dittatura.

Per questo, ogni volta che si giustifica l’idea di “farsi giustizia da sé” o si considera accettabile che singoli cittadini o gruppi organizzati sostituiscano le istituzioni, si imbocca una strada che la storia ha già mostrato essere pericolosa. La sicurezza non si difende rinunciando alle regole democratiche, ma rafforzando le istituzioni che hanno il compito di farle rispettare. Lo Stato può e deve essere criticato quando sbaglia, ma non può essere sostituito dall’arbitrio dei singoli senza mettere a rischio la libertà di tutti.

Il nostro Paese non ha bisogno di più violenza per sentirsi più sicuro, ma ha bisogno di più Stato, più istituzioni e più cultura della legalità, perché la forza di una democrazia non si misura dalla capacità dei singoli di colpire, ma dalla capacità delle istituzioni di proteggere i cittadini nel rispetto dei diritti di tutti.

Per quanto mi riguarda, finché vedrò pugni alzarsi contro gli ultimi, gli emarginati e i più fragili, continuerò a non chiamarlo coraggio. Il coraggio non ha bisogno di vittime indifese per affermarsi. Chi colpisce chi non può reagire non è forte: è soltanto un vigliacco.

 

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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