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“Clientelismo buono”: quando le parole smettono di vergognarsi.

Ci sono espressioni che dovrebbero far scattare un campanello d’allarme. “Clientelismo buono” è una di queste.

Sentire un consigliere comunale di maggioranza della mia città, usare  questa espressione, durante la presentazione della propria lista civica, non è soltanto sorprendente è  preoccupante.

Perché il clientelismo non è un valore, non è un metodo di governo, non è una virtù da rivendicare. È, da sempre, uno dei peggiori  mali della politica italiana soprattutto in territori complessi e difficili come i nostri.

Provare a renderlo accettabile aggiungendogli l’aggettivo “buono” significa tentare un’operazione culturale pericolosa: trasformare una patologia della politica in una qualità amministrativa.

Il clientelismo è il contrario dell’imparzialità, è  il contrario dell’uguaglianza ed è la morte dell’interesse pubblico perchè si sostituisce  il diritto con il favore.

Significa far credere ai cittadini che, per ottenere ciò che spetta loro, sia meglio conoscere il politico giusto piuttosto che confidare nelle regole.

Non importa se il favore è piccolo o grande. Non importa se nasce da buone intenzioni. Nel momento in cui un cittadino ottiene un trattamento diverso dagli altri grazie al rapporto personale con chi governa, la politica ha già perso la sua credibilità e i cittadini smettono di essere tali e diventano sudditi.

La Repubblica, all’articolo 3 della Costituzione, parla di uguaglianza. L’articolo 97 pretende imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione. In nessuna pagina della Costituzione esiste spazio per il “clientelismo buono”. Esiste invece il dovere di servire tutti allo stesso modo perché c’è una differenza enorme tra essere vicini ai cittadini ed essere circondati da clienti.

Il primo è un dovere, il secondo è un modello politico che l’Italia paga da decenni, in termini di inefficienza, sfiducia e perdita di credibilità delle istituzioni.

Chi oggi prova a riabilitare il termine “clientelismo” forse sottovaluta il peso delle parole. O forse ritiene che i cittadini abbiano dimenticato cosa significhi davvero.

Io credo il contrario.

Credo che i cittadini siano stanchi di una politica costruita sui favori, sulle conoscenze, sulle corsie preferenziali e sul “ci penso io” perché la politica non dovrebbe creare dipendenza ma creare fiducia.

Perché il cittadino non è un cliente è il titolare della sovranità popolare.

E chi amministra una città non dovrebbe mai dimenticare che il proprio compito non è distribuire favori, ma garantire diritti.

Per questo il “clientelismo buono” non esiste.

Esiste soltanto una cattiva idea della politica.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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