Che Paese stiamo diventando?
Non conosco ancora tutta la verità sulla morte di Abderrahim Fakir. Non so che cosa sia realmente accaduto in quei minuti durante l’intervento della polizia a Bologna. Ma c’è un elemento che mi interroga profondamente e che va oltre la singola vicenda: quale idea di società stiamo costruendo?
Da tempo avverto nel nostro Paese un clima che mi inquieta. Un clima nel quale i più fragili rischiano di diventare invisibili: i poveri, gli stranieri, le persone con disagio psichico, chi vive ai margini.
Ho la sensazione che stiamo lentamente perdendo qualcosa di fondamentale: la capacità di vedere prima la persona e poi il problema.
Sempre più spesso, davanti a una tragedia, la prima domanda non è: «Che cosa è successo?», ma: «Chi era?». Come se una vita potesse valere di più o di meno a seconda della nazionalità, della condizione sociale, degli errori commessi o del giudizio che la società ha costruito su quella persona.
Eppure la Costituzione italiana ci dice altro. Ci ricorda che ogni persona ha pari dignità sociale. Non alcune persone. Tutte.
Ed è proprio per questo che mi aspetto una discussione seria. Mi aspetto una parola chiara e coraggiosa da tutte le istituzioni della Repubblica, dal Governo al Parlamento, dalle amministrazioni locali alla magistratura, nel pieno rispetto dei rispettivi ruoli. Mi aspetto che la Chiesa continui a richiamare il valore della dignità umana, che il mondo dell’informazione racconti i fatti con rigore e senza pregiudizi, che i sindacati, le associazioni, il volontariato, il mondo della cultura, dell’università e dell’educazione alimentino un confronto pubblico capace di unire e non di dividere. Mi aspetto, soprattutto, che ciascuno di noi si senta chiamato a interrogarsi. Comunque vadano le indagini, di questa vicenda dobbiamo parlare e discutere. Non per emettere sentenze anticipate, ma perché il silenzio davanti alle domande difficili rischia di trasformarsi in assuefazione.
La morte di Abderrahim Fakir impone innanzitutto una richiesta di verità e giustizia. Saranno le indagini ad accertare le responsabilità e a ricostruire la dinamica dei fatti. Ma c’è una domanda che la politica e la società non possono eludere: avremmo reagito allo stesso modo se al posto di un uomo straniero ci fosse stato un cittadino percepito come appartenente alla parte più forte della società?
La mia preoccupazione è che stiamo costruendo un Paese nel quale essere poveri, stranieri o fragili significhi avere meno protezione, meno ascolto e meno attenzione; in sostanza, essere trattati e giudicati come inferiori.
Un Paese nel quale la sicurezza rischia di essere separata dalla dignità umana.
Ed è un errore profondo.
Una società democratica non si misura soltanto dalla capacità di proteggere i cittadini dalla criminalità. Si misura anche da come tratta chi è più debole, chi non ha voce, chi si trova nella condizione di non potersi difendere.
Per questo la morte di Abderrahim Fakir non può essere soltanto una notizia di cronaca.
Deve diventare una domanda collettiva.
Che Paese vogliamo essere?
Perché un Paese che smette di proteggere gli ultimi, prima o poi, rischia di non proteggere più nessuno.
