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Quattro braccianti bruciati vivi. Questo sistema deve essere rovesciato

  • Non è cronaca. È un sistema di sfruttamento.

Quattro braccianti sono morti bruciati vivi ad Amendolara. Quattro uomini. Quattro lavoratori. Quattro vite spezzate dentro una filiera che troppo spesso si regge sulla vulnerabilità e sul silenzio. Non è una tragedia isolata. È il punto di rottura di una realtà che conosciamo benissimo e che continuiamo a tollerare. Da anni mi occupo di sfruttamento lavorativo e caporalato e  so bene che nulla di tutto questo è nuovo. So bene che  lo sfruttamento non nasce dal caso; è organizzazione, è  economia, è  potere ma   soprattutto: è accettato.

Un sistema che uccide senza sporcare le mani

Le indagini stabiliranno i dettagli ma il contesto è già chiaro. Un sistema che produce ricchezza agricola attraverso lavoro povero. Un sistema in cui la sicurezza è un costo da tagliare. Un sistema in cui la vita di chi raccoglie il cibo vale meno del prezzo a scaffale. Non è un incidente è  una catena di responsabilità diffuse e dentro questa catena, qualcuno guadagna.

Invisibili finché non muoiono

I braccianti non esistono nel dibattito pubblico. Esistono solo quando diventano notizia; quando muoiono, quando bruciano. Quando un sistema che li sfrutta non può più essere ignorato questo è il vero scandalo: non la tragedia in sé, ma la normalità che la precede.

Non è la prima volta. E non è cambiato nulla.

Foggia agosto 2018

Il 6 agosto 2018, a Foggia, dodici braccianti morirono in un incidente stradale mentre tornavano dal lavoro. Dodici ragazzi morti schiacciati.  Una strage dentro lo stesso meccanismo: sfruttamento, trasporti insicuri, ricatto economico. Anche quel giorno a Foggia in prefettura la solita processione di Ministri indignati e il solito ” Adesso faremo, adesso vedremo, ora basta e cose cosi.” Cambiano i ministri cambiano i governi ma poi nulla è cambiato davvero.

Satnam Singh: l’abbandono come metodo

Satnam Singh

Nel 2024, Satnam Singh è morto dopo essere stato abbandonato ferito. Non un incidente. Non una fatalità.

Un abbandono. E anche allora: indignazione, dichiarazioni, promesse.  Poi il silenzio.   Il meccanismo si ripete sempre uguale.

Un conto che non torna più

Non sappiamo nemmeno quanti braccianti muoiono ogni anno. Perché non tutti i morti vengono visti. Non tutti i nomi vengono registrati.  Non tutte le vite entrano nelle statistiche.  Ma il conto lo pagano sempre gli stessi: chi lavora ai margini, chi non ha protezioni, chi è ricattabile.

L’indignazione deve diventare conflitto politico

Non serve altra retorica. Serve conflitto politico. Serve rompere un sistema che si regge su lavoro povero e vite invisibili. Serve colpire lo sfruttamento dove si organizza, non dove esplode. Serve rendere impossibile economicamente e socialmente il caporalato. Serve sicurezza, alloggi, diritti, controlli reali.Serve soprattutto una scelta: da che parte stare.

Non è una tragedia. È un’accusa.

La morte dei quattro braccianti di Amendolara non è un fatto di cronaca, è un’accusa politica, contro un sistema che continua a funzionare così com’è e contro una società che troppo spesso lo accetta. Finché continueremo a chiamarle “tragedie”, niente cambierà.Quando inizieremo a chiamarle con il loro nome — sfruttamento strutturale — allora forse qualcosa potrà davvero rompersi.

E deve rompersi.

 


Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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