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Le lacrime di Rosa e il silenzio di una città

Sono entrato, forse con un senso di ingenuità,  nella sala consigliare del comune di Cerignola  per partecipare all’ incontro pubblico sulla sicurezza con la speranza di trovare una città pronta a discutere, a confrontarsi, magari anche a dividersi, ma comunque presente. In fondo, dopo l’ennesima scia di episodi criminali che hanno colpito Cerignola negli ultimi mesi, pensavo che il tema della sicurezza fosse diventato una priorità condivisa.

Invece la prima cosa che mi ha colpito è stata proprio quella che non c’era la città.

Le sedie vuote raccontavano molto più degli interventi che si sarebbero susseguiti nel corso della serata. Certo, c’erano alcuni cittadini, pochi consiglieri comunali, qualche  associazioni e alcuni commercianti ma, per una comunità che da anni convive con rapine, assalti ai blindati, furti e bombe ai bancomat, quella presenza così limitata lasciava spazio a una domanda inevitabile: dov’è finita la città?

Forse la risposta è più amara di quanto immaginiamo. Mi sono convinto che molti non sono rimasti a casa per disinteresse ma perché stanchi. Stanchi di ascoltare gli stessi problemi, stanchi di assistere agli stessi dibattiti, stanchi di sentir parlare di emergenze che sembrano non trovare mai una soluzione definitiva.

Durante la serata ho avuto la sensazione che tutti fossero consapevoli della complessità del problema. Nessuno aveva una bacchetta magica, nessuno poteva promettere risultati immediati. Le istituzioni rivendicavano il lavoro svolto, ma nche la solitudine in cui sono stati lasciati dallo Stato,  i cittadini chiedevano maggiore presenza delle istituzioni, ricordando agli amministratori locali , a dir il vero un po’ disarmati, di essere più vicini al dolore e alla sofferenza della comunità che loro rappresentano  in sostanza in tutti noi era presente un unico sentimento la solitudine e l’impotenza. Perché, quando una comunità è costretta a fare i conti per anni con gli stessi fenomeni criminali, il rischio più grande non è soltanto la paura è  la convinzione che nulla possa davvero cambiare.

E proprio mentre ascoltavo interventi e proposte, sono rimasto profondamente colpito dalle parole di Rosa, una commerciante della mia città che ha avuto il coraggio di raccontare la propria esperienza.

Rosa ha subito una rapina che le è costata oltre 130 mila euro. Una ferita economica enorme, ma non è stato questo l’aspetto che mi ha colpito di più. A colpirmi è stata la fragilità che emergeva dalle sue parole, la paura che quell’incubo possa ripetersi, la consapevolezza di vivere ogni giorno con il timore che ciò che è già accaduto possa accadere ancora, e non solo a lei. La paura — che dovremmo avere tutti — che una bomba possa far saltare anche la stanza in cui dorme il figlio.

Ecco, noi non ci pensiamo, ma se hanno la violenta capacità di mettere bombe a un bancomat in pieno centro, così possono colpire chiunque.

Mentre parlava, in tutti noi cresceva sgomento, amarezza e  dolore ad un certo punto Rosa si è fermata perché  le lacrime hanno preso il sopravvento.

Non erano soltanto le lacrime di una donna che aveva subito un torto. erano le lacrime di chi si sente solo. Di chi, dopo aver subito una violenza, continua a convivere con le sue conseguenze, di  chi vorrebbe sentirsi protetto ma  percepisce una distanza tra i problemi che vive quotidianamente e le risposte che non arrivano.

In quel momento ho pensato che il vero volto della serata non fosse quello della polemica politica, né quello delle responsabilità da attribuire a qualcuno. Il vero volto della serata era quello di una comunità che sembra aver perso fiducia nella possibilità di costruire un futuro diverso.

Cerignola è una città complessa. Lo è per la sua storia, per la sua dimensione, per i fenomeni criminali che da decenni ne condizionano l’immagine e la vita quotidiana e sarebbe ingenuo pensare che esistano risposte semplici a problemi così radicati. Ma proprio per questo dovrebbe preoccupare il vuoto che si avverte sempre più spesso attorno a questi temi. Quel senso di rassegnazione che porta le persone a non partecipare, a non credere più che la propria presenza possa fare la differenza.

Uscendo dall’incontro non ho avuto la sensazione di una città arrabbiata. Ho avuto la sensazione di una città affaticata, di una città che continua a resistere, ma che porta sulle spalle il peso di troppe delusioni.

E forse la sfida più grande oggi non è soltanto contrastare la criminalità è  restituire ai cittadini la convinzione che valga ancora la pena esserci, partecipare e credere che il cambiamento sia possibile ma soprattutto che valga ancora la pena vivere in questa città.

Perché quando una comunità smette di sperare, il problema diventa più grande di qualsiasi rapina, di qualsiasi assalto, di qualsiasi fatto di cronaca.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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