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Il teatro di impegno civile e sociale: il palcoscenico racconta la realtà e la memoria

Antonio Piacentino. Foggia Luglio 2025

Ho sempre amato il teatro come forma di racconto e di narrazione e se oggi faccio teatro civile e di narrazione è perché da bambino ero affascinato dai tanti cantastorie che arrivavano in città, metteva un pannello con dei disegni e raccontavano la storia di quei personaggi. Cosi ho conosciuto le storie dei briganti, della resistenza, della lotta al fascismo. Sin da bambino ho amato l’arte affabulatoria di chi, solo con il racconto e poche immagini, riusciva a portarti in un mondo nuovo. Allora ho capito che, il teatro, non è soltanto spettacolo o intrattenimento ma  è, anche, uno spazio in cui la società si guarda allo specchio, riflette su se stessa e mette in discussione le proprie contraddizioni.

Per questa ragione, ho iniziato a scrivere racconti per il teatro. Ho raccontato storie di donne vittime di tratta, storie di mafia e di ragazzi uccisi, storie di impegno civile, perché ho sempre nutrito la voglia  di guardare il mondo per raccontarlo.

Ho scelto questo tipo di teatro perché credo che l’arte non debba limitarsi all’intrattenimento. Il teatro ha la capacità di creare un momento di ascolto collettivo, uno spazio in cui le persone possono fermarsi, riflettere e confrontarsi con temi che riguardano tutti noi.

Quando porto in scena una storia legata alla memoria, alla giustizia sociale o ai diritti delle persone, sento che il teatro diventa qualcosa di più di una semplice rappresentazione. Diventa un modo per condividere domande, dubbi e responsabilità.

Saluzzo. Teatro Comunale. Marzo 2026.

Il teatro civile mi permette anche di creare un rapporto diretto con il pubblico. Non si tratta solo di raccontare una storia, ma di aprire un dialogo. Ogni spettatore porta con sé la propria esperienza e lo spettacolo diventa un momento di incontro tra storie diverse.

Credo che, il teatro,  possa ancora essere uno strumento potente per comprendere il presente. Raccontare ciò che accade nella società, ricordare eventi del passato e dare spazio alle voci delle persone significa contribuire, anche nel nostro piccolo, a costruire una maggiore consapevolezza collettiva.

È per questo che faccio teatro civile: perché credo nel potere delle storie e nella capacità del teatro di trasformare l’ascolto in riflessione.

Raccontare una storia davanti a un pubblico significa condividere un pezzo di realtà, dare forma a esperienze che spesso restano invisibili o che non trovano spazio altrove.

Il teatro civile mi ha insegnato soprattutto questo: che dietro ogni evento storico o sociale ci sono sempre delle persone, delle vite, delle scelte. Portare queste storie in scena significa restituire loro voce e dignità,

Roma :Teatro Fellini. Spettatori.

 

Quello che mi colpisce di più, durante uno spettacolo, è il momento in cui si crea un silenzio particolare in sala. Un silenzio fatto di attenzione e partecipazione. In quel momento capisco che il teatro sta facendo qualcosa di importante: sta mettendo in relazione persone diverse attraverso una storia condivisa.  Non so se il teatro possa cambiare davvero il mondo. Ma credo che possa cambiare il modo in cui lo guardiamo. E a volte basta questo per iniziare a fare la differenza.

In questi mesi stiamo portando in scena uno spettacolo dal titolo :  La Dignità – Lettera di Giuseppe Di Vittorio ed è un monologo che racconta una storia tanto semplice quanto straordinaria.

Al centro dello spettacolo c’è una lettera scritta nel dicembre del 1920 da Giuseppe Di Vittorio, uno dei più importanti dirigenti del movimento dei lavoratori italiani. All’epoca Di Vittorio era ancora molto giovane: aveva ventotto anni, era un bracciante e da poco si era sposato con Carolina Morra. Vivevano in una casa molto modesta, un piccolo pianterreno dove, appena due mesi prima, era nata la loro figlia Baldina.

È la vigilia di Natale del 1920 quando, in assenza di Giuseppe, a casa Di Vittorio arriva un dono inaspettato. Un grande cesto natalizio pieno di ogni “ben di Dio”, inviato da Giuseppe Pavoncelli, potente industriale agrario e proprietario terriero della zona.

Foggia. Luglio 2025

Quando Di Vittorio – che tutti chiamavano semplicemente Peppino – rientra a casa, rimane sorpreso da quel regalo e quello stesso 24 dicembre 1920, prende carta e penna e scrive una lettera indirizzata all’amministratore dell’azienda Pavoncelli. In quella lettera spiega con grande chiarezza di non poter accettare il dono natalizio, non per ostilità personale ma per una questione di principio.

Di Vittorio scrive che, nella sua qualità di “uomo politico attivo, un militante”, non può accettare quel regalo. È una scelta che nasce non solo dalla sua coscienza personale ma anche dal bisogno di mantenere una limpidezza pubblica. Non basta essere onesti: per chi rappresenta i lavoratori è importante anche apparire tali, senza ambiguità.

Per questo motivo chiede che il cesto venga ritirato e specifica che il ritiro dovrà essere effettuato dalla stessa persona che lo aveva consegnato.

Quella lettera, semplice ma straordinariamente potente, rimase sconosciuta per molti anni. Il documento è rimasto inedito per ben 87 anni ed è stato scoperto casualmente soltanto nel 2007.

Il nostro spettacolo nasce proprio da questa pagina di storia e  racconta la genesi e il significato di quella lettera, che rappresenta una vera lezione di dignità. È la storia di un bracciante che diventa dirigente sindacale, di un uomo che lotta contro il fascismo e per l’emancipazione dei lavoratori della terra e degli oppressi.

Roma, Teatro Fellini

Ma è anche qualcosa di più universale. È il racconto di come un giovane militante politico riesca, con un gesto semplice e con poche righe scritte su un foglio, a dare una lezione di integrità e di coerenza.

Attraverso questa storia raccontiamo anche la forza di un’intera generazione di uomini e donne che hanno saputo emanciparsi lottando contro il sopruso, l’ingiustizia e l’umiliazione. Persone che, pur partendo da condizioni difficili, hanno scelto di difendere la propria dignità. Sono convinto che questa storia possa, anche oggi, ispirare tutti coloro che lotta per la giustizia e per l’emancipazione dallo sfruttamento. SI, questo è il teatro civile è una presa di coscienza.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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