I figli naturali di Peppino Di Vittorio
Ho incontrato Giovanni Mininni a Brindisi, durante il focus sull’agricoltura organizzato dalla Flai CGIL di Brindisi.
L’ho incontrato per consegnargli il mio libro su Giuseppe Di Vittorio, ma soprattutto per dirgli una cosa molto semplice: quel libro è dedicato a tutti i sindacalisti e, in modo particolare, ai sindacalisti della Flai CGIL che in questi quindici anni ho avuto modo di conoscere, apprezzare e considerare amici e compagni.
C’è una ragione profonda dietro questa dedica: senza di loro quel libro e quello spettacolo non sarebbero mai esistiti.
Lo confesso pubblicamente per la prima volta.
Quando Giovanni Rinaldi rese pubblica la lettera privata di Di Vittorio, il suo eco fu enorme. Anch’io ne rimasi profondamente colpito e pensai subito di trasformarla in un mio lavoro. Ma, mentre la studiavo, cresceva dentro di me un dubbio: forse quella lettera apparteneva ormai a un mondo scomparso.
Per paura di lasciarmi andare alla nostalgia di una certa sinistra che non esiste più, lasciai il manoscritto chiuso in un cassetto. Per anni pensai — a torto o a ragione — che quella dignità raccontata da Di Vittorio fosse diventata carta straccia, buona soltanto per qualche comizio di paese.
Poi, circa quindici anni fa, come sociologo e ricercatore, iniziai a lavorare nei ghetti dei braccianti agricoli.
Ed è lì che incontrai i sindacalisti della Flai CGIL.
Spesso, insieme agli operatori della Caritas Italiana, erano gli unici presenti.
Davanti a me si aprì un mondo.
Giovani sindacalisti, poco più che ragazzi, che passavano le loro giornate — spesso dall’alba al tramonto — a incontrare lavoratori stranieri, a combattere contro i caporali, a strappare contratti equi e condizioni di lavoro dignitose.
Così ho conosciuto Magda, Daniele, Raffaele, Silvia, Jean René, Matteo e Giovanni Mininni.
Mininni l’ho incontrato in Sicilia, all’alba, nella piazza di Castelvetrano. Insieme a un gruppo di giovani sindacalisti e sindacaliste distribuiva volantini ai braccianti che stavano per raggiungere i campi.
Così ho conosciuto centinaia di sindacalisti che fanno parte del “sindacato di strada” e delle Brigate del lavoro della Flai CGIL.
Ed è stato a loro che ho iniziato a leggere la lettera che Giuseppe Di Vittorio scrisse nel 1920 a Pavoncelli per spiegare le ragioni del rifiuto del dono natalizio che gli era stato inviato.
Ogni volta che raccontavo quella lettera, leggevo negli occhi di quei sindacalisti l’orgoglio di sentirsi i “figli naturali” dello stesso sindacato, di continuare a fare ciò che il loro padre morale aveva fatto prima di loro.
Per questa ragione ho scritto prima il monologo e poi il libro.
Ci sono uomini che continuano a ispirare altri uomini anche dopo un secolo.
E ci sono donne e uomini che, ancora oggi, ci aiutano a credere nel sogno possibile di un Paese migliore.
Le donne e gli uomini che hanno ispirato me sono quelle ragazze e quei ragazzi incontrati nei campi, nelle piazze e nei ghetti. Persone presenti ogni giorno per dare voce, sostegno e forza a chi oggi appare invisibile.
È questa la vera ragione per cui sono nati lo spettacolo e il libro.
Questo ho raccontato a Giovanni Mininni. Gli ho detto:
“Nonostante i vostri limiti, i vostri problemi, le vostre piccole faccende di bottega, voi avete una grande responsabilità: siete ancora fonte di ispirazione e di speranza per gli oppressi di questo Paese.”
P.S. 
Nelle foto che ho pubblicato io e Mininni stiamo scendendo le scale del Palazzo della Provincia di Brindisi.
Stiamo ridendo a crepapelle perché ci era stato proposto un pranzo a base di sushi.
Immaginate voi se un pugliese e un campano, a Brindisi, possono mai accettare un invito del genere.


