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La Pastasciutta Antifascista e il vizio di parlare senza conoscere

Ogni volta è la stessa storia.

Basta leggere la parola “antifascista” e, puntualmente, parte la sfilata degli indignati. È accaduto anche a Cerignola, dove le cooperative sociali Altereco  e Pietra di Scarto hanno organizzato la Pastasciutta Antifascista. Nel giro di poche ore sono comparsi commenti indignati, accuse di propaganda, critiche sull’utilità dell’iniziativa e domande del tipo: “Perché chiamarla antifascista?”.

La mia domanda, invece, è un’altra: quanti di quelli che hanno scritto quei commenti sanno davvero perché esiste la Pastasciutta Antifascista?

Pochi sanno che la Pastasciutta Antifascista ricorda il gesto compiuto dalla famiglia Cervi il 25 luglio 1943, quando offrì gratuitamente un piatto di pasta per celebrare la caduta del fascismo. Ancora meno sanno che quella stessa famiglia pagò un prezzo altissimo per il proprio impegno contro il regime. I sette fratelli Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore Cervi furono arrestati dai fascisti il 25 novembre 1943 e, dopo un mese di carcere e torture, vennero fucilati il 28 dicembre 1943. La Pastasciutta Antifascista non è quindi un’invenzione ideologica dei nostri giorni, ma il ricordo di una famiglia che trasformò la libertà in un gesto concreto e che per la propria scelta antifascista pagò con la vita.

 

Viviamo nell’epoca in cui tutti si sentono autorizzati a pontificare su qualsiasi argomento senza aver dedicato cinque minuti a studiarlo. Si pretende di riscrivere la storia senza averne letto una pagina. Si confonde la memoria con la propaganda e si scambia l’ignoranza per libertà di opinione.

No. Non funziona così.

Questo è un fatto storico. Non uno slogan. Non un’opinione.

Poi, naturalmente, ognuno è libero di pensarla come vuole.

Si può non partecipare, si può non condividere il significato dell’iniziativa, si possono criticare gli organizzatori, discutere le priorità ma,  quando si critica senza sapere perché quell’iniziativa esiste, non si sta facendo un ragionamento. Si sta semplicemente parlando a vuoto.

E c’è un’altra cosa che andrebbe detta con chiarezza.

L’antifascismo non è una moda, non è un insulto, non è una parola inventata per dividere gli italiani. È uno dei fondamenti storici e costituzionali della Repubblica nata dopo la dittatura fasciata e la guerra nazifascista . Questo non obbliga nessuno ad aderire a un partito o a un’associazione ma dovrebbe almeno imporre, un minimo di rispetto per la storia da cui nasce quella parola.

Quello che mi colpisce, ogni volta, non è il dissenso ma è  la superficialità.

È la convinzione che basti un post su Facebook per sentirsi esperti di storia, è  l’abitudine a parlare prima di conoscere, a giudicare prima di leggere, a condannare prima di capire.

Ed è una deriva pericolosa.

Perché una comunità che smette di studiare la propria storia diventa facilmente una comunità manipolabile.  Il “dibattito” sulla Pastasciutta Antifascista avrebbe potuto essere un’occasione per confrontarsi seriamente sul valore della memoria storica. Invece, per molti, è diventato l’ennesimo sfogo alimentato dall’ignoranza.

E allora sì, vale la pena dirlo senza troppi giri di parole: l’ignoranza non è un’opinione.

Le opinioni meritano sempre rispetto ma prima delle opinioni vengono i fatti. E i fatti, che ci piacciano oppure no, non cambiano perché qualcuno decide di ignorarli.

La storia non pretende applausi. Pretende di essere conosciuta.

Almeno questo dovremmo pretenderlo anche noi.

Marcello Colopi

Sono un sociologo e un ricercatore sociale, autore di teatro civile e sociale, scrittore e podcaster . Vivo e lavoro a Cerignola

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