Una serata che non dimenticherò
Il 16 maggio, presso Palazzo Fornari, ho avuto il privilegio di presentare nella mia città il mio libro La dignità. La lettera di Giuseppe Di Vittorio.
La presentazione è stata organizzata dagli amici del Club UNESCO Cerignola, che desidero ringraziare sinceramente per l’affetto, la cura e l’attenzione con cui hanno voluto accompagnare questo incontro.
Presentare il proprio lavoro nella città che ti ha visto crescere è sempre qualcosa di profondamente emozionante. Ma parlare di Giuseppe Di Vittorio proprio nella terra che ha visto nascere e crescere Di Vittorio rende tutto ancora più intenso, quasi solenne.
Per affrontare una serata così importante ho voluto accanto a me due persone a cui sono profondamente legato: Giovanni Rinaldi, storico e scrittore capace di leggere con profondità la memoria del nostro territorio, e Mattea Belpiede, che ha guidato l’incontro con sensibilità e intelligenza.
Avevamo organizzato la presentazione cercando di coinvolgere quante più persone possibile e, sinceramente, ci aspettavamo una sessantina di partecipanti. Sarebbe già stato un risultato importante, perché un libro difficilmente richiama folle. Un libro, quasi sempre, chiama persone disposte ad ascoltare una storia, a dedicare il proprio tempo alle parole, ai ricordi, alle riflessioni.
E invece è accaduto qualcosa che mi ha profondamente sorpreso.
Sono arrivate più di 120 persone, tante quante le sedie presenti nella sala. Ogni posto occupato. Ogni volto attento. Ogni presenza carica di significato.
Davanti a me non c’era semplicemente un pubblico. C’erano persone che hanno condiviso con me pezzi di vita, amicizie, esperienze, battaglie culturali e momenti di crescita personale. Guardando quei volti ho sentito con forza che quella serata andava oltre la presentazione di un libro.

Perché, in fondo, un libro non appartiene mai soltanto a chi lo scrive. Appartiene anche a chi lo legge, a chi lo custodisce, a chi vi riconosce una parte di sé.
Per questo oggi non sento più questo lavoro come qualcosa di esclusivamente mio. Lo sento figlio di una comunità, della quale ho cercato di interpretare l’anima attraverso le parole di Giuseppe Di Vittorio.
Mentre osservavo le persone presenti all’incontro pensavo proprio a questo: Di Vittorio è figlio di questa terra. E al di là delle differenze politiche, delle idee, delle appartenenze o del credo religioso, ho avuto la sensazione che tutti condividessero lo stesso sentimento profondo: quello della dignità, della lealtà e del rispetto umano.
Forse è questa la forza più autentica dell’eredità di Giuseppe Di Vittorio: riuscire ancora oggi a parlare a tutti, attraversando il tempo e le divisioni, ricordandoci il valore delle persone e della loro dignità.
Io mi sono limitato a raccontare un piccolo pezzo di storia. Ho provato a farlo con rispetto, sincerità e gratitudine verso questa terra e verso un uomo che continua ancora oggi a parlare alle coscienze di tutti noi.
E se quella sera così tante persone si sono ritrovate nella stessa sala, allora forse quel racconto non apparteneva soltanto a me, ma a una memoria collettiva che continua a vivere nei volti, nelle storie e nei valori di una comunità.
