Cerignola: come la mafia riempì il vuoto delle istituzioni. Gli anni ottanta e novanta. Parte seconda
Lo Stato assente e la guerra di mafia che insanguinò Cerignola
Negli anni Ottanta, a Cerignola, lo Stato veniva percepito come qualcosa di lontano. Non rappresentava una presenza concreta nella vita quotidiana delle persone, ma un’entità astratta, distante, spesso incomprensibile. Per molti cittadini, le istituzioni non erano un punto di riferimento, bensì un ostacolo burocratico, lontano e percepito come irraggiungibile. Lo Stato sembrava manifestarsi solo episodicamente, nel clamore delle sirene spiegate e degli interventi straordinari, senza però essere davvero presente nella quotidianità delle persone. I cittadini non lo avvertivano come qualcosa di vicino, capace di accompagnarli, proteggerli o garantire i loro diritti.
Le scuole pubbliche erano poche e spesso in condizioni precarie; le politiche sociali quasi inesistenti; gli spazi culturali insufficienti. In molti quartieri popolari mancavano occasioni, prospettive e strumenti educativi. Soprattutto, mancava la percezione di avere dei diritti.
Ed è proprio questo uno degli aspetti fondamentali per comprendere quegli anni: i diritti non venivano vissuti come qualcosa che spettasse naturalmente alle persone. Ogni cosa sembrava dipendere da una concessione. Per ottenere un lavoro serviva quasi sempre una raccomandazione. Per evitare il servizio militare lontano da casa occorreva “l’amico giusto”. Per accelerare una pratica, entrare in un ambiente lavorativo o ricevere protezione, bisognava rivolgersi a qualcuno.
Era il mondo delle conoscenze personali: un sistema fondato su relazioni opache e spesso umilianti. Molte famiglie vivevano nella convinzione che, senza un intermediario, fosse impossibile ottenere qualcosa.
Questi intermediari erano conosciuti da tutti: erano i “don” del paese. “Don Ciccio”, “don Pasquale”, “don Vincenzo”: figure che si muovevano tra politica locale, affari, relazioni clientelari e, molto spesso, ambienti criminali. Molti costruivano il proprio potere sulla capacità di mediare tra il mondo legale e quello illegale, ciò che anni dopo sarebbe stato definito il “mondo di mezzo”. Per molti cittadini, quel sistema rappresentava il volto concreto dello Stato: un universo fondato su favori, conoscenze, clientele e piccole corruttele, in cui tutto sembrava contare più dei diritti.
Il vuoto lasciato dalle istituzioni
Quando lo Stato rinuncia a essere presente nei territori, qualcun altro occupa quello spazio.
A Cerignola, quel vuoto venne progressivamente colmato da un sistema che comprese molto presto come il controllo del territorio non si conquistasse soltanto attraverso la violenza, ma anche mediante il consenso e la capacità di insinuarsi nella vita quotidiana delle persone.
Uno dei meccanismi più diffusi fu quello delle false disoccupazioni agricole: migliaia di persone percepivano indennità senza aver mai lavorato realmente nei campi. All’interno di quel sistema di truffe ai danni dell’INPS, la criminalità nascente iniziò a penetrare nel tessuto sociale, costruendo legami e dipendenze.
Così, mentre le istituzioni continuavano a essere percepite come lontane e assenti, i clan consolidavano il proprio potere attraverso relazioni sociali, reti di protezione e piccoli favori quotidiani, alimentando nelle persone un senso di appartenenza e di riconoscimento che spesso lo Stato non riusciva a offrire.
La mafia come fenomeno sociale.
Uno degli errori più gravi commessi in quegli anni fu quello di considerare la mafia soltanto come un fenomeno criminale. In realtà, era già diventata un fenomeno sociale.
La sua forza non derivava esclusivamente dalle armi o dalla capacità intimidatoria, ma soprattutto dalla capacità di intrecciarsi con il tessuto della città. Non esistevano due mondi nettamente separati: le persone frequentavano gli stessi quartieri, gli stessi luoghi, mandavano i figli nelle stesse scuole. Spesso si facevano affari, si gestivano aziende agricole e si costruivano rapporti indiretti con ambienti criminali senza percepire con chiarezza il confine tra legalità e illegalità.
Questa convivenza tra mondi distinti ma comunicanti si sgretolò definitivamente tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando la criminalità organizzata di Cerignola cambiò volto. I gruppi criminali iniziarono a strutturarsi in modo sempre più organizzato, dando avvio a una lunga stagione di omicidi e regolamenti di conti.
Per anni la città visse dentro una vera e propria guerra, combattuta quotidianamente nelle strade, nei quartieri popolari, davanti ai bar e nei vicoli del centro storico. In soli sei anni si contarono sessantasette omicidi: un numero impressionante per una realtà come Cerignola. Dietro quelle cifre non c’erano soltanto statistiche, ma famiglie distrutte, vite spezzate e un’intera comunità travolta dalla paura e dal senso di impotenza.
La nascita ( e la scoperta) dei clan
All’inizio degli anni Ottanta la criminalità organizzata si strutturò attorno a due grandi gruppi, profondamente diversi tra loro: il clan Ditommaso e il gruppo Ferraro-Piarulli.
Il clan Ditommaso esercitava una forte presenza territoriale soprattutto nelle aree segnate dalla maggiore marginalità sociale. Molti affiliati erano ragazzi cresciuti nei quartieri periferici, nelle cosiddette zone di edilizia popolare, spazi di cemento grigio costruiti in fretta e senza grazia, dove le case si ripetevano identiche come un’eco. In particolare, uno dei centri più significativi era il quartiere Gran Sasso, meglio conosciuto come “il Bronx”, un’area densamente abitata, attraversata da una quotidianità dura, fatta di pochi servizi, isolamento e un senso costante di distanza dal centro. Lì molti giovani venivano inseriti fin da giovanissimi in contesti criminali. Il rapporto con il capo, che non a caso abitava proprio nel quartiere, si fondava soprattutto sulla fedeltà personale, sull’appartenenza al gruppo e sull’esperienza condivisa della strada e della detenzione.
Il gruppo Ferraro-Piarulli, invece, presentava caratteristiche differenti. Pur mantenendo una presenza radicata a Cerignola, intrecciava relazioni con ambienti criminali attivi soprattutto a Milano. Molti dei suoi componenti provenivano anche dalla media borghesia cittadina e non necessariamente da famiglie criminali o da percorsi di esclusione sociale.
Questa differenza rese evidente una realtà spesso ignorata: la criminalità organizzata non apparteneva soltanto alle periferie sociali, ma riusciva a penetrare anche negli ambienti borghesi della città.
Per un certo periodo i due gruppi riuscirono a convivere, ma si trattava di un equilibrio fragile e precario. Successivamente, dal gruppo Ferraro-Piarulli-Cellamaro si distaccò una fazione autonoma denominata “Gruppo dei piccoli”. Da quel momento gli schieramenti diventarono tre e la città precipitò in una spirale di violenza sempre più incontrollabile.
Si delineò così una situazione di conflitto permanente tra le diverse organizzazioni e, spesso, anche all’interno degli stessi clan, poiché alleanze e rapporti di forza cambiavano rapidamente. Furono anni drammatici, segnati da omicidi continui: bastava un sospetto, una frequentazione considerata sbagliata o una semplice vicinanza al gruppo rivale per essere condannati a morte.
Le esecuzioni avvenivano ovunque: per strada, davanti alle abitazioni, nei luoghi pubblici, spesso in pieno giorno. La violenza finì per diventare parte del paesaggio quotidiano e della memoria collettiva della città.
Le vittime innocenti
Dentro quella lunga scia di sangue ci furono anche vittime innocenti.
Il 13 marzo 1992 vennero uccisi, in modo atroce, tre ragazzi innocenti: Domenico Borrelli, Matteo Di Fonzo e Vito Cinquepalmi, di appena ventidue, ventitré e ventuno anni. I loro corpi furono gettati in un pozzo e quell’episodio segnò profondamente la comunità cittadina.
Secondo le ricostruzioni dell’epoca, i tre non avevano alcun legame con la criminalità organizzata. L’omicidio si inserì nel clima confuso e violento della guerra tra gruppi rivali, in una fase in cui la logica del sospetto e delle informazioni frammentarie poteva trasformarsi rapidamente in condanna. Fu uno di quegli episodi in cui la violenza, ormai fuori controllo, smise di essere “mirata” e finì per travolgere anche chi era completamente estraneo a quel mondo.
Pochi mesi prima, il 2 dicembre 1991, era stato assassinato Michele Cianci, commerciante di quarantatré anni.
Cianci non era un uomo qualunque. Era un commerciante conosciuto in città, titolare di un’armeria nel centro cittadino. Quella mattina intervenne per difendere un anziano durante uno scippo nei pressi dell’ufficio postale e, dopo aver assistito alla scena, si recò anche in commissariato per raccontare l’accaduto e denunciare quanto aveva visto. Poche ore dopo, mentre si trovava nel suo negozio, venne raggiunto e ucciso. La sua morte, come quella dei tre ragazzi, si inserì in un contesto in cui la violenza aveva ormai superato i confini dei gruppi criminali, finendo per colpire anche chi si trovava semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato.

In quegli anni imparammo, nostro malgrado, a convivere con il rumore degli spari, con le sirene nella notte, con la notizia dell’ennesimo omicidio. Molti cerignolani abbassavano lo sguardo; altri preferivano vivere una vita nascosta. La paura era diventata padrona della città.
Ma anche lo Stato sembrava comportarsi allo stesso modo: voltava lo sguardo dall’altra parte, minimizzando e riducendo un fenomeno complesso a semplice “criminalità comune”, a “faide” tra “bande”. Eppure ciò che stava accadendo era molto di più: una vera organizzazione mafiosa stava consolidando il proprio potere sul territorio.
Molti cittadini si stavano rassegnando a quella violenza, interiorizzando l’idea che nulla potesse cambiare e che loro fossero i veri padroni della città. La mafia prospera proprio dentro questa rimozione collettiva: cresce quando intere comunità smettono di credere nella possibilità di un’alternativa.
Operazione ” Cartagine”
Una speranza sembrò affacciarsi nel 1994. Il 17 giugno di quell’anno scattò il grande blitz denominato “Operazione Cartagine”. L’inchiesta fu resa possibile grazie al lavoro straordinario di un piccolo gruppo di magistrati e forze investigative che, con capacità e tenacia, riuscirono a sfondare il muro dell’omertà. Iniziarono così le prime dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Per la prima volta vennero ricostruiti i meccanismi interni delle organizzazioni criminali. Sembrò la fine di un incubo, come se il serpente fosse stato colpito alla testa.
L’Operazione Cartagine non fu soltanto un blitz, ma una vasta attività investigativa che diede origine a più procedimenti giudiziari. Le indagini, sostenute anche dalle prime collaborazioni di giustizia, permisero di ricostruire la struttura dei gruppi criminali attivi sul territorio, i loro rapporti interni e le modalità con cui esercitavano il controllo economico e sociale della città. Per la prima volta emerse con maggiore chiarezza l’intreccio tra attività criminali, economia locale e gestione del territorio.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia rappresentarono un passaggio decisivo: consentirono di collegare episodi di violenza che fino a quel momento apparivano isolati e di delineare responsabilità e dinamiche interne ai clan. Da quell’inchiesta scaturirono diversi procedimenti penali e numerosi arresti, che colpirono in modo significativo le organizzazioni criminali dell’epoca.
Tuttavia, gli esiti giudiziari non segnarono una fine definitiva. Le condanne e i processi aprirono una fase nuova, ma anche instabile, in cui i gruppi criminali colpiti iniziarono progressivamente a riorganizzarsi sotto nuove forme.
