Giuseppe Di Vittorio e il rifiuto del dono: il mio libro tra storia, diritti e memoria
Un libro sulla dignità del lavoro e sulla storia sociale italiana
Il rifiuto di un dono può diventare un atto politico. È da questa immagine potente e profondamente umana che nasce il mio nuovo libro su Giuseppe Di Vittorio: un lavoro di ricerca e narrazione che riporta alla luce un episodio poco conosciuto, ma straordinariamente significativo, della storia sociale e sindacale italiana.
Siamo a Cerignola, nel Natale del 1920. In una modesta abitazione arriva un cesto colmo di viveri inviato dal grande proprietario terriero Giuseppe Pavoncelli alla famiglia di Giuseppe Di Vittorio. In quella casa segnata dalla povertà, dalla fatica quotidiana e dalla recente nascita della piccola Baldina, quel gesto potrebbe apparire come un semplice atto di generosità. Ma dietro quel dono si nasconde un significato più profondo: il tentativo di riaffermare un rapporto antico fatto di dipendenza, paternalismo e subordinazione sociale.
La lettera di Giuseppe Di Vittorio del 1920
È in questo contesto che Di Vittorio compie una scelta destinata a diventare simbolica. Rifiuta il dono e lo fa mettendo nero su bianco, il 24 dicembre 1920, una lettera indirizzata all’amministratore dei Pavoncelli. Un gesto apparentemente semplice che assume però il valore di una dichiarazione politica, morale e culturale.
Il libro prende avvio proprio da quella lettera, trasformandola in una chiave di lettura per comprendere l’Italia del primo dopoguerra: un Paese attraversato da conflitti sociali profondissimi, dalle lotte dei braccianti, dalla nascita di una nuova coscienza collettiva e dalla difficile conquista della dignità del lavoro.
Attraverso una ricerca rigorosa, ma attenta anche alla dimensione narrativa, ho cercato di restituire voce non soltanto a un episodio storico, ma a un’intera stagione di trasformazioni sociali. La figura di Giuseppe Di Vittorio emerge così nella sua straordinaria modernità: non soltanto leader sindacale, ma uomo capace di comprendere come la libertà e la dignità passino anche attraverso il rifiuto di ogni forma di concessione che possa trasformarsi in dipendenza.
Un libro tra memoria storica, diritti e lotte sociali

Scrivere questo libro ha significato interrogarmi ancora una volta sul rapporto tra potere e diritti, tra solidarietà autentica e controllo sociale, tra memoria storica e presente. In un tempo in cui le disuguaglianze continuano a segnare profondamente la società contemporanea, quella lettera del 1920 conserva una forza sorprendente e continua a parlarci ancora oggi.
Il libro su Giuseppe Di Vittorio non vuole essere soltanto un racconto storico, ma anche uno strumento di riflessione sul presente, sulle lotte per i diritti e sul significato della dignità del lavoro nella società contemporanea.
Le presentazioni del libro: da Nardò a Torino
Poi, come spesso accade, è arrivato il momento di presentare questo lavoro al pubblico. La prima tappa è stata Nardò, dove ho portato in scena lo spettacolo e presentato anche il progetto editoriale legato al libro.
Dopo questa prima presentazione, sono stato a Ortanova, ospite degli amici del Laboratorio Mio Mao. È stato un momento intenso e autentico, fatto di incontri, confronto e sentimenti condivisi.
Un’altra tappa importante è stata nella mia città, Cerignola. Ne ho già parlato in un altro articolo pubblicato su questo blog.
Poi è stata la volta di Foggia, con un incontro presso lo Slow Park: un’occasione preziosa di dialogo e confronto, in cui il libro ha continuato a generare riflessioni, domande e condivisione.
A fine mese andrò a Stornara, dagli amici del circolo Arci, dove so che stanno preparando una serata speciale dedicata a questo lavoro. Infine, il 31 maggio sarò a Torino, dove presenteremo il nostro spettacolo insieme al libro.
Il valore degli incontri e della memoria condivisa
Ogni incontro, in fondo, lascia qualcosa. Girare per le città, raccontare questo libro, ascoltare le storie e le riflessioni delle persone che partecipano alle presentazioni significa riscoprire ogni volta il senso più autentico della scrittura e della memoria condivisa.
In questi mesi ho incontrato volti, sensibilità e generazioni diverse, ma ovunque ho ritrovato lo stesso bisogno di confronto, di umanità e di parole capaci ancora di parlare al presente. È forse questa l’emozione più grande: capire che una storia nata più di cento anni fa continua ancora oggi a creare legami, domande e consapevolezza.
Ed è proprio in questi incontri, tra una stretta di mano, una domanda inattesa o una conversazione alla fine di una serata, che questo viaggio continua davvero a prendere vita.
